Gabriele Amadori. In memoria di un artista totale

Ogni volta che muore un artista, un vero artista, la medesima tristezza e il senso della perdita che invadono i suoi cari e la sua famiglia dovrebbero colpire anche la società, giacché la stessa si impoverisce irrimediabilmente di uno dei suoi membri migliori. Tutto ciò è ancora più vero se l'artista in questione è Gabriele Amadori, venuto a mancare qualche giorno fa a Milano, una delle personalità più singolari del nostro tempo. Il ricordo di Carmelo Di Gennaro.

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Stefano Battaglia, Gabriele Amadori, Michele Rabbia

Stefano Battaglia, Gabriele Amadori, Michele Rabbia

AMADORI LO SCENOGRAFO
Gabriele Amadori era un artista unico, che per tutta la vita ha cercato una sinestesia tra le arti, tra la pittura, la musica (sua grande passione), il suono, il segno, il colore, l’architettura, l’alchimia, le luci e la scenografia. Gabriele aveva studiato negli Anni Sessanta a Praga con il grande Josef Svoboda e quella “Lanterna magica” gli era entrata nel sangue, in particolare la ricerca utopica di un’unità artistica del tutto, soprattutto della scenografia con la luce, che tutto bagnava con la sua forza e a tutto dava un senso preciso.
Lele, come lo chiamavano gli amici, nasce dunque come un grande scenografo e un ancor più grande light designer; indimenticabile, ad esempio, una produzione de La gazzetta di Rossini, vista molti anni fa al Teatro Sociale di Como, nella quale, con solo due teloni e le luci, Amadori aveva creato un sontuoso spettacolo, ricco di fascino e suggestione.
Ma la sua inquietudine, il suo amore per l’ignoto, la sua forza vitale trascinante, la sua simpatia umana irresistibile lo avevano portato a non fermarsi mai sugli allori, a continuare la ricerca senza soste, soprattutto a cercare la collaborazione di tanti artisti di estrazione anche diversissima.

Gabriele Amadori

Gabriele Amadori

AMADORI IL PITTORE MUSICALE
Straordinariamente dotato per la pittura, aveva anche in quel campo cercato di innovare, inventando una forma di spettacolo del tutto personale, che lui – sulla scia di Jackson Pollock – aveva chiamato Action Painting. Nel senso che Lele, accompagnato da alcuni dei jazzisti italiani ed europei più importanti degli ultimi anni (Paolo Fresu, Stefano Battaglia, Michele Rabbia, Chano Domínguez) sfidava, armato di soli pennelli, l’inquietante paesaggio delle enormi tele bianche (da sei metri di lunghezza per due e mezzo di altezza) poste sul palcoscenico al lato dei musicisti. Lele letteralmente suonava con i pennelli, con i colori, seguendo le suggestioni della musica (improvvisata) dai suoi partner, e a sua volta ispirava i musicisti a seguirlo. Facendo apporre piccoli microfoni sulla grande tela, Lele talvolta la trattava come se questa fosse uno smisurato strumento a percussione, riuscendo a duettare da pari a pari con quegli straordinari artisti.
Memorabili anche le performance con musicisti “classici” quali Roberto Fabbriciani, celebre flautista, già collaboratore di Luigi Nono, oppure con l’Orchestra da Camera di Zurigo; le tele che scaturivano da queste performance, pur mantenendo uno stile pittorico riconoscibile, erano incredibilmente diverse una dall’altra, dimostrando quanto realmente le suggestioni musicali potessero influenzare le sue creazioni. In alcuni casi era quasi possibile leggere nei quadri di Amadori – a performance ultimata – una sorta di seconda partitura, giacché egli riusciva, con la sua pittura a strati, a raccontare e cogliere la musica nel suo divenire temporale, che è poi ciò che la rende così misteriosa e in fondo inafferrabile.

AMADORI L’UTOPISTA
Nel febbraio del 2011, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid che allora dirigevo, organizzammo un’ampia retrospettiva del lavoro di Lele, che intitolammo Action, Painting, Music; un’antologia che andava dalle prime performance con il grande Demetrio Stratos sino ai lavori realizzati al Teatro Real di Madrid appena un anno prima, nel corso di sei indimenticabili sessioni con Chano Domínguez e il suo trio. Accanto a tele di dimensioni enormi, mettemmo in mostra anche dei piccoli, delicati, squisiti quadri che si intitolavano La ballata di Nestore, che dimostravano quanto Lele fosse bravo anche nelle miniature, col suo tratto che si faceva in quel caso delicato ed essenziale.
Amadori aveva per anni lavorato anche a un progetto utopico, cosa che era tipica della sua natura di sognatore, dedicato al Flauto magico di Mozart, un enorme tableau vivant che, nelle sue intenzioni, doveva sostituire i cantanti nella messa in scena del capolavoro mozartiano, lasciando la scena solo ad alcuni simboli alchemici, da lui scelti, elaborati e realizzati tridimensionalmente, che venivano azionati da un complesso sistema computerizzato, secondo un vera e propria partitura parallela a quella musicale. Lele, che nel progetto investì nel corso del tempo molte risorse ed energie, aiutato solo da sponsor come Peroni e da tanti amici entusiasti, senza dimenticare i suoi allievi della “Paolo Grassi” di Milano, riuscì a vederlo ultimato solo in parte, quando una selezione dell’opera in questo suo peculiare allestimento fu messa in scena nel 1998 a Stoccolma, allora Capitale Europea della Cultura, con un successo travolgente.

Gabriele Amadori durante una performance

Gabriele Amadori durante una performance

AMADORI IL TALENT SCOUT
Infine, non posso dimenticare la proverbiale generosità umana di Lele, il suo sorriso perenne, la sua ospitalità incondizionata, i suoi mitici cappellacci con la zucca fatti a mano (Amadori era fiero delle sue origini ferraresi); ricordo ancora che una sera, nel lontano 1996, mi telefonò (allora vivevo a Milano) per invitarmi ad assistere al saggio di regia di un suo allievo della “Paolo Grassi” che Lele definì entusiasticamente come “pieno di talento“. Mi convinse a uscire di casa dicendomi meraviglie di questo ragazzo e così vidi di fatto la prima regia in assoluto firmata da Damiano Michieletto, oggi diventato una delle star della regia teatrale a livello mondiale.
Lele mancherà moltissimo non solo ai suoi amici e all’inseparabile Daniela, ma anche a tutti coloro che credono nella cultura come fattore di generosità umana, talento, fede nelle proprie idee, ossia a coloro che credono che attraverso l’arte si possa costruire un mondo migliore.

Carmelo Di Gennaro

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