Expo in una stanza

L’Europa pullulava di esposizioni universali ben prima dell’avvio ufficiale di questo tipo di manifestazioni, ovvero di Londra 1851. Non si trattava, allora, di iniziative mastodontiche, che richiedessero la costruzione di interi nuovi pezzi di città, sulla cui destinazione post eventum non si avevano idee chiare...

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Dalla Wunderkammer di Manfredo Settala

Dalla Wunderkammer di Manfredo Settala

La sfida era quella di racchiudere la meravigliosa varietà dell’universo in uno spazio che fosse il più raccolto e intimo possibile, spesso in una sola stanza. Dare vita a un microcosmo che fosse specchio e compendio del macrocosmo, attraverso una selezione di oggetti rari, strabilianti, eccellenti, prodotti dalla natura (naturalia) così come dall’uomo (artificialia).
Tale pratica, che affondava le sue radici nei tesori delle cattedrali medievali, ricevette un forte impulso all’alba dell’Età Moderna, con le scoperte geografiche che stimolarono la curiosità per ciò che era lontano nello spazio, e con l’Umanesimo e la riscoperta dell’Antico, che spinsero a interessarsi a ciò che era lontano nel tempo e a collezionarne le vestigia. A nord delle Alpi proliferarono le Wunderkammer, o stanze delle meraviglie; nelle corti della Penisola “studioli” dal più preciso impianto filosofico e con una più evidente (anche perché più facile da soddisfare) predilezione per le “anticaglie”.

Gian Giacomo Poldi Pezzoli, 1851 ca.

Gian Giacomo Poldi Pezzoli, 1851 ca.

Milano vantò numerosi musei di curiosità: il più celebre fu quello, dalla marcata impronta (proto)scientifica, che radunò nel Seicento il canonico Manfredo Settala. Ma ancora nell’enciclopedismo che caratterizzò l’attività di collezionista di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, nei decenni centrali dell’Ottocento, si scorge un’eco di questa tradizione. Alla quale il capoluogo lombardo ha reso omaggio con una mostra allestita, nel 2013/14, alle Gallerie d’Italia e proprio al Poldi Pezzoli: ai mirabilia di un tempo si accostavano opere d’arte novecentesca e contemporanea, sulla scia di una mitica rassegna curata da Adalgisa Lugli per la Biennale di Venezia del 1986.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #24

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