Eisenstein e il Messico che cambiò la sua prospettiva sulla vita. Tra Berlinale e Biennale, ecco il nuovo film di Greenaway

Print pagePDF pageEmail page

Eisenstein in Messico

Eisenstein in Messico

Peter Greenaway scoprì i film di Sergei Eisenstein per caso, quando aveva appena 17 anni. Ne rimase subito affascinato. “Avevo trovato il mio primo eroe cinematografico” racconta il regista britannico. Ed è dedicata proprio all’autore sovietico de La corazzata Potemkin, la nuova fatica cinematografica di Peter Greenaway, di cui si è ultimamente parlato a proposito della sua partecipazione al Padiglione Italia di Vincenzo Trione.
Appena uscito nelle sale, Eisenstein in Messico racconta gli ultimi dieci giorni che il regista russo – interpretato dall’attore finlandese Elmer Bäck – trascorse nella cittadina messicana di Guanajuato, nel 1931, quando si trovava dall’altra parte dell’Oceano per girare un film. Mentre il regime stalinista richiedeva il suo rientro in patria, Eisenstein esplora e vive la propria sessualità, la morte e la sua stessa identità artistica da nuove prospettive: “Questo paese è stupefacente. Le grandi cose della vita aggrediscono in continuazione la testa, lo stomaco, il cuore. Niente può essere superficiale.”

Eisenstein in Messico

Eisenstein in Messico

In concorso all’ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino, il film è il personale omaggio di Peter Greenaway ad Eisenstein, un maestro di cui ha amato sin da subito “l’intelligenza cinematografica veloce e consapevole, nonché la sorprendente violenza dell’azione unita ad un’attrazione verso la violenza in sé.”
Tra documentario, biografia e finzione cinematografica, con il suo inconfondibile stile visionario, Peter Greenaway ritrae il regista sovietico nel momento della sua esistenza in cui matura nuove consapevolezze sulla vita, che sconvolgeranno le sue certezze e influiranno poi sulla sua ultima produzione cinematografica.

Marta Pettinau

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community