Carnet d’architecture. Cino Zucchi

Comincia con “Città contemporanea e ‘dittatura dello spettatore’” una nuova rubrica. Dove lo spunto è l'architettura e la costruzione dello spazio che abitiamo, raccontati da ciascun autore in libero dialogo con le altre discipline, dalla musica al fumetto. La prima carte blanche è affidata Cino Zucchi.

Print pagePDF pageEmail page

Cino Zucchi, Complesso residenziale Principe Eugenio, Milano, 2011 - studio delle facciate

Cino Zucchi, Complesso residenziale Principe Eugenio, Milano, 2011 – studio delle facciate

Sia nel sentire comune che all’interno delle teorie artistiche, l’architettura è sempre stata concepita come “arte civile” per eccellenza. Le strade, le piazze, lo spazio collettivo della città antica ci commuovono; essi danno forma al nostro stare insieme, e sono in questo senso “edificanti”, costituendo una rappresentazione fisica dei rapporti sociali.
La teoria e la prassi urbanistica del secolo scorso hanno spesso incrinato o distrutto questa apparente armonia. Purtuttavia, con il suo tentativo di costruire un nuovo esperanto a partire dall’analisi dei bisogni elementari dell’uomo, essa aveva un elemento in comune con la cultura precedente: il concetto di “condivisibilità”, l’idea che l’architettura potesse dare forma a valori universali, sentiti da tutti gli strati sociali.
Lo shock della condizione post-moderna in cui l’architetto contemporaneo si trova a operare è forse questo: l’architettura, arte civile, capace di dare forma compiuta al consenso, si trova a confrontarsi con la “insindacabile” pluralità degli odierni lifestyle. Se l’estetica classica si appellava al canone, concepito come tentativo di fissazione di criteri formali condivisi, viviamo oggi una sorta di versione caricaturale del sentire romantico, dove ognuno è stimolato a esprimersi come vuole, in un ormai consolidato relativismo delle forme e del loro apprezzamento.

Cino Zucchi, Installazione nel corpo della città, MAXXI, Roma, 2010

Cino Zucchi, Installazione nel corpo della città, MAXXI, Roma, 2010

Nelle altre “arti” – se così possiamo ancora chiamare quel continuum tra parola, immagine e suono che rende oggi difficile stabilire un confine netto tra intrattenimento e produzione colta – la soluzione è piuttosto semplice: pubblici diversi, con diversi valori, diverse aspettative, diversi gusti, fruiscono opere diverse senza disturbarsi reciprocamente. L’avida lettrice della serie Harmony non è obbligata a leggere James Joyce, il fan di Botero non è lo stesso di Jeff Koons, né il melomane è costretto a comprare dischi degli Smashing Pumpkins.
Ma l’architettura è piantata per terra, e la città “consta” delle sue architetture. Se nelle altre arti l’autore è relativamente libero di produrre l’opera, salvo poi sottoporsi all’ordalia dell’audience, l’architetto ha qualche difficoltà in più. Nel caso di conflitto tra scale di valori, a chi deve rispondere, a chi deve “piacere”? Alla propria coscienza? Al committente? Al politico? Ai tecnici che interpretano le leggi? A un’ideale quanto inesistente “comunità”? Alle riviste e ai critici di settore?
La condizione di solitudine, prodotto collaterale della conquistata libertà dall’artista post-ottocentesco, è un serio problema per l’architettura contemporanea. Se i tentativi forzati di tornare al canone si sono rivelati fallimentari, l’unica via d’uscita a questi dilemmi sembra sia diventata l’idea di “successo” che dal mondo dello spettacolo o dello sport ha contagiato quello dell’architettura. Alla “star” sembra oggi concessa una sorta di temporanea impunità, che rende insindacabile il suo operato se non nei termini del fascino che tutto vince. Più che per il suo lavoro concreto, l’architetto di grido è oggi spesso usato come uno stilista garante del gusto, capace di rendere digeribili decisioni già prese in altra sede.

Cino Zucchi, Keski Pasila Central Tower Area, Helsinki, 2009 - collage

Cino Zucchi, Keski Pasila Central Tower Area, Helsinki, 2009 – collage

L’odierna architettura commerciale si accompagna spesso alla confusione tra sostanza ed effetto, dove, come in un paio di labbra al silicone, il secondo è scambiato per la prima laddove fenomenologicamente simile. Essa non ha problemi di coerenza ad alcun ideale, se non quello di piacere allo spettatore; vestendosi alternativamente di eccitata modernità o di rassicurante tradizione per suscitare effimere sensazioni nel distratto city user.
Se ancora negli Anni Trenta e Quaranta le pagine dei giornali riportavano appassionate querelle sull’aspetto fisico dei nuovi interventi, non è forse un caso che nella città contemporanea si percepisca sempre più un disagio di natura ambientale. I recenti appelli alla “bellezza della città” non sembrano in grado di fondare gli strumenti concreti per molti dei problemi insoluti del territorio contemporaneo, per la sua nuova scala e per le forme di urbanizzazione diffusa per la schizofrenica separazione tra infrastrutture, paesaggio e forma del costruito che lo contraddistingue.
La “tradizione” sarà pur un rassicurante modello di comportamento, ma la sua applicazione all’interno del sistema di produzione della città contemporanea ha generato semplici simulacri. Diceva Paul Valéry in Degas Danza Disegno: “Si dimenticava che una tradizione esiste unicamente per essere inconscia e che non sopporta di essere interrotta. Una continuità impercettibile è la sua essenza. ‘Riprendere, rinnovare una tradizione’ è espressione falsa. Appena una tradizione si propone allo spirito come tale, non è più che una maniera di essere o di agire che si dispone tra le altre, e che è esposta alla critica del suo valore allo stesso titolo delle altre”.

Ritratto di Cino Zucchi alla scrivania di lavoro

Ritratto di Cino Zucchi alla scrivania di lavoro

Per nostra fortuna, la città sopravvive alle oscillazioni del gusto, che non sono ancora riuscite a cambiarne in toto la fisionomia, in quella dimensione di “lunga durata” che contraddistingue la lenta modifica della crosta terrestre da parte dell’uomo. E tuttavia, il carattere irreversibile di molte scelte sulla città ci deve far riflettere bene sui nostri passi all’interno della difficile condizione di “fallibilità” dell’agire contemporaneo.
La storia ci insegna anche che le grandi città hanno saputo digerire e integrare le diversità, e la città è spesso più potente e forte delle sue architetture. Ma nelle sue architetture si specchia e si rappresenta; e la loro qualità non può ottenersi se non attraverso la sensibilità e la cultura formale di chi la disegna, la produce e la giudica.

Cino Zucchi

www.zucchiarchitetti.com

rubrica a cura di Emilia Giorgi

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community