Biennale di Venezia. Politiche di oggi e di ieri

Una Biennale politicamente intermittente come quella di quest’anno invoglia a cercare chiavi interpretative diverse dagli intenti programmatici di Okwui Enwezor. Magari scavando nella natura politica di alcune nazioni ospiti, a caccia di una politeia più netta. Lo abbiamo fatto e i risultati sono sorprendenti.

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Padiglione Danimarca, Danh Vo, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini

Padiglione Danimarca, Danh Vo, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini

POLITICA MONARCHICA
Nella sovrabbondanza di partecipazioni nazionali che caratterizza la Biennale veneziana, spesso passa in secondo piano la statuto intimamente politico dei Paesi ospiti, a favore invece della loro identità artistica. Nell’ambito di una rassegna come All the World’s Future, dove il concetto stesso di futuro pare legato a doppio filo con l’andamento delle vicende politico-sociali dell’umanità intera, suona naturale andare alla ricerca di criteri interpretativi che affondino le radici proprio nel medesimo terreno, con un occhio di riguardo alla Storia.
Ecco quindi emergere un tratto comune a molte nazioni presenti tra Giardini e Arsenale: il fatto di essere monarchie, governate dunque da un sistema politico di antiche origini.

Padiglione Gran Bretagna, Sarah Lucas, I scream DADDIO, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini

Padiglione Gran Bretagna, Sarah Lucas, I scream DADDIO, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini

BEN OLTRE ENWEZOR
Considerando in particolare le monarchie d’Europa, i Paesi che rispondono all’appello sono alcuni dei protagonisti economici e culturali della contemporaneità. Norvegia, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Spagna, Belgio e Olanda rappresentano il blocco delle “corone” europee e, a uno sguardo più attento, paiono condividere, nell’ambito della rassegna che le unisce, ben più di una forma di governo.
Con mezzi e modalità differenti, la risposta di questi paesi agli input fermamente politici – almeno sulla carta – dati dal programma di Enwezor, appare netta, distinguendosi da quel senso di intermittenza e di indeterminatezza che “sporca” una Biennale dalle grandi potenzialità. Si tratta di una risposta dai tratti attualissimi, legata alla necessaria urgenza di riflettere sugli squilibri ben vivi nel presente, cui opporre gesti decisi, in questo caso veicolati dall’arte. Il bisogno di affrontare l’incognita del punto di rottura, del cambiamento, e di immaginare cosa possa esistere al di là di esso è un elemento ricorrente tra i vari padiglioni coronati.

Padiglione Paesi Nordici, Rapture Camille Norment, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini

Padiglione Paesi Nordici, Rapture Camille Norment, La Biennale di Venezia 2015, Giardini, photo Valentina Grandini

LA SCANDINAVIA AL COLLASSO
La Norvegia, unica rappresentante dei Paesi nordici nel suggestivo spazio al centro dei Giardini, lascia a Camille Norment il compito di sondare con delicatezza il limite oltre il quale il connubio tra vetro e suono si trasforma in una detonazione capace di far esplodere metaforicamente le finestre che delimitano l’architettura del padiglione. Il cambiamento di stato successivo alla rottura è la sintesi tra il rischio di una perdita definitiva dell’equilibrio e la sua ricomposizione, in un’infinita alternanza di possibilità che è poi l’emblema della vita di ogni giorno.
La percezione del collasso, ma anche degli ipotetici scenari conseguenti ad esso, è la summa dell’opera di Lina Selander, artista rappresentante della Svezia negli ambienti dell’Arsenale. Le sue videoinstallazioni raccolgono eventi storici ultradocumentati, indagati però nella rete di dettagli che li determinano, spesso troppo fugaci per essere notati. Dai montaggi onnicomprensivi della Selander emergono proprio quelle minime componenti che, una volta raggiunto il limite di rottura, generano un effetto domino planetario. Nonostante il fallimento di alcuni ideali di modernità, ben rappresentati dai disastri di Chernobyl o Hiroshima, l’essenza stessa della Storia, il suo farsi ogni giorno, si fonda ancora una volta sull’alternanza di rotture e ricomposizioni di equilibri, dove il limite si trasforma in tramite.

Biennale di Venezia 2015 - Padiglione Olandese - Herman de Vries

Biennale di Venezia 2015 – Padiglione Olandese – Herman de Vries

ROTTURA FRA DANIMARCA E GRAN BRETAGNA
Forse meno evidente, ma di sicuro effetto, il modo danese di intendere le variazioni, anche subitanee e innegabili, di uno status quo. L’intervento di Danh Vo nel padiglione del suo Paese adottivo trova nel cambiamento la sua ragion d’essere, riportando l’architettura dello spazio a una sorta di dimensione primigenia che rafforza il legame, spesso usurato, tra luogo espositivo e presenza artistica. In quest’ottica, pure le opere diventano portatrici di interferenze, modificando il contesto che le ospita e innescando sempre nuovi rapporti di forza, nell’intrigante altalena di shift concettuali e fisici messi in atto da Vo.
L’idea di rottura diventa invece palese, quasi urlata, nella mani di Sarah Lucas, protagonista assoluta del padiglione della Gran Bretagna. I suoi corpi collassati, tranciati, sovradimensionati oltre il limite, trasmettono una sensazione di instabilità fisica ed estetica. Gli aspetti contraddittori delle convenzioni sono smascherati senza pietà e letti con un misto di serietà e humour, trasformati in strumenti intercambiabili. Il confine tra punto di rottura e nuovi equilibri diventa per la Lucas un discrimine da irridere e rispettare allo stesso tempo, guardando oltre ad esso con chirurgica lucidità e costringendo il pubblico a fare altrettanto.

Lina Selander

Lina Selander

LA CRISI DELL’IDENTITÀ
All’interno del padiglione spagnolo il momento performativo è meno accentuato, ma comunque foriero di instabilità. Ogni singolo gesto è svelato nel carattere transitorio della sua impermanenza, conducendo inevitabilmente all’atto successivo, mai uguale al precedente. Le tecniche messe in campo dagli artisti selezionati per rappresentare la Spagna amplificano l’indagine sull’instabile, usando l’azione performativa tout court per riflettere sul concetto di identità – ente quanto mai caleidoscopico e mutevole – all’ombra di una maestro dell’ambiguità come Dalí.
L’apertura all’altro, sul filo della connotazione identitaria, contraddistingue l’allestimento del padiglione belga. Il lavoro di Vincent Meessen esercita una forza attrattiva e centripeta sugli altri artisti internazionali riuniti attorno al tema comune – e decisamente politico – del colonialismo. Qui l’instabilità incrina i rassicuranti ideali eurocentrici di modernità, lasciando però intravvedere la strada verso nuovi equilibri suggeriti dalla cooperazione tra artisti geograficamente distanti eppure avvicinati dalla loro stessa creatività.
Il medesimo slancio creativo impregna il padiglione olandese, delicatamente abitato dalle catalogazioni naturalistiche di herman de vries. L’archivio vegetale che riveste pareti e pavimenti dello spazio lancia un ultimo, fragile messaggio di speranza. Forse lo iato tra natura e cultura, oggi così accentuato, può essere sanato da una concatenazione di equilibri instabili. Simili a quelli che legano i padiglioni delle corone europee, capaci di mettere in luce l’autentico valore politico della contemporaneità. L’urgenza del cambiamento.

Arianna Testino

www.labiennale.org

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