Basel Updates: nuove tendenze che emergono ad Art Basel. Il caso degli enigmatici Ed Atkins, Elizabeth Price, Grace Schwindt, Oliver Payne

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Elizabeth Price K, 2015

Elizabeth Price K, 2015

Computer animation, riprese dal vivo, infografica, musica elettronica, voci perturbanti e oggetti reali: sono gli elementi strutturali di alcune delle installazioni più ipnotiche di questa edizione di Art Basel. Dall’estetica vagamente surrealista, certamente cool, questi lavori realizzati da artisti spesso inglesi e pluripremiati (Turner, Venezia) sono un mix di tecnologia avanzata ed elementi banali che colpiscono per il loro effetto straniante. Entrando in questi spazi, ci si sente come in un dipinto di Magritte o de Chirico, o in un film di Kubrick.
Ed Atkins (Oxford, 1982, con Cabinet) ad esempio, presenta Happy Birthday!!!, 2015, un’installazione dove sono presenti dipinti e schermi, sul principale dei quali un giovane uomo parla; il trascorrere del tempo è scandito dalle sue parole o dalle date che ha incise sulla fronte. Alla richiesta di informazioni commerciali, “prezzo e status sono confidenziali“, risponde la galleria, rivelando solo che l’opera è in una unica edizione. Elizabeth Price (Bradford, 1966, con MOT International) mostra K, 2015, un cosiddetto film che prende il titolo dall’unità di misura della temperatura della luce, i gradi Kelvin. Il contenuto è una serie di immagini di donne spaventate o disperate che si sussegue ad un tasso di emotività raffreddato da una voce suadente ma meccanica. In questo caso la galleria si sbottona di più: “l’opera è in edizione di 3 + 2 artist proof; la prima è di un’istituzione ma l’asking price – di nuovo – è a disposizione solo dei compratori”. Grace Schwindt (Offenbach, 1979, con Zeno X) espone Only a Free Individual Can Create a Free Society. Si entra attraversando una cortina di stoffa colorata. Al centro c’è uno schermo grande su cui è proiettato un video che mescola diverse tecniche di ripresa, con giovani seduti e ballerine che si muovono in un cubo teatrale. Come i due artisti precedenti, nessuna sua opera è andata in asta e pertanto le sue quotazioni possono essere indicate esclusivamente dalla galleria. Oliver Payne (Londra, 1977 con Herald St e Gavin Brown’s enterprise) mostra Untitled (Shadow of the Colossus/ In a Landscape), 2013 un’inquadratura fissa di due schermi che trasmettano l’aggressivo videogioco del titolo, affiancati da piante, ventilatori, casse, incenso, una specie di ritratto della generazione della playstation, tra disimpegno e rassegnazione.
Per riferimenti culturali, rarefazione, riflessione sulla società, queste opere hanno molto in comune con quelle realizzate qualche anno fa da artisti “neo minimalisti”, come il bel lavoro di Martin Boyce (Hamilton, 1967 con The Modern Institute) We Are Resistant, We Dry Out in the Sun, 2004, ma grazie alle animazioni hanno un effetto più conturbante sul visitatore, si suppone anche attrattivo per il potenziale collezionista.

Antonella Crippa

 

 

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