Vicente Todolí & Juan Muñoz. Storia di un’amicizia

Vicente Todolí, direttore artistico di HangarBicocca e curatore della mostra, descrive e illustra non solo il percorso della grande rassegna dedicata a Juan Muñoz. Ma anche i retroscena di un legame: quello con l’artista, con il suo passato e il suo futuro.

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Juan Muñoz, Conversation Piece, 1996 - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan; The Estate of Juan Muñoz, Madrid - photo Attilio Maranzano

Juan Muñoz, Conversation Piece, 1996 – Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan; The Estate of Juan Muñoz, Madrid – photo Attilio Maranzano

In Double Bind – l’ultima e più importante installazione concepita da Juan Muñoz (Madrid, 1953-2001) per gli spazi della Turbine Hall della Tate Modern a Londra – l’artista mette in scena un complesso gioco di ritmi visivi basati sul rapporto tra realtà e illusione, distorsione e artificio. Ma che cosa rappresenta per HangarBicocca, dove è stata riallestita in questi mesi? Risponde il direttore artistico Vicente Todolí.

Double Bind & Around: da dove è nato il titolo di questa mostra e quale taglio è stato dato? È la prima volta che Double Bind viene riallestita dopo la scomparsa di Juan Muñoz?
Ufficialmente il titolo dell’opera fa riferimento alla teoria del doppio legame enunciata dall’antropologo e filosofo Gregory Bateson. La teoria riguarda le incongruenze comunicative che possono sorgere tra individui, che comportano una confusione nella distinzione tra discorso e intenzioni reali percepite nel ricevente del messaggio. Il titolo comunque è sempre come una “tenda”, una cortina, e non sempre definisce l’opera in modo didascalico, ma rimane tangente rispetto ad essa.
Juan a soli diciassette anni scappò di casa e andò in Inghilterra per stare vicino e vigilare il suo amato fratello Vicente, che era in cura presso Ronald Laing, teorico dell’antipsichiatria. Tutte le figure di Double Bind tranne una, un ritratto dell’artista nascosta nell’area più buia, portano il volto di Vicente. I volti di ciascuna statua assomigliano anche, per certi versi, a un ritratto fotografico di Ezra Pound, che veniva imitato durante gli scatti preparatori dal fratello di Juan, e riecheggiano le espressioni delle sculture di Franz Xavier Messerschmidt. In ciascuna di loro c’è anche molto del film Being John Malkovich, attore con il quale Juan Muñoz aveva lavorato alla realizzazione di una sound piece. Comunque le citazioni sono molteplici.

Juan Muñoz - Double Bind & Around - veduta della mostra presso Hangar Bicocca, Milano 2015 - photo Attilio Maranzano

Juan Muñoz – Double Bind & Around – veduta della mostra presso Hangar Bicocca, Milano 2015 – photo Attilio Maranzano

Come si sviluppa Double Bind & Around?
La mostra comincia con The Wasteland (1986) e Waste Land (1986), in cui Muñoz presenta pavimenti ottici che si ripetono, come pattern geometrici anche nel livello intermedio di Double Bind. L’intenzione era quella di utilizzare questo pavimento per destabilizzare lo spettatore, fargli mancare la terra sotto i piedi e alcuni punti di riferimento; la destabilizzazione è sempre stato un tema di ricerca fortemente voluto dall’artista madrileno. Lo spettatore, fin dall’inizio, deve essere messo in tensione, in una sorta di stato allerta a livello psicologico. Inoltre i ventriloqui in bronzo simboleggiano la grande fascinazione di Juan per la narrazione, per le storie raccontate dal silenzio.
Questi due lavori sono stati presentati assieme, pur mantenendo la loro individualità, perché nell’opera di Juan la figura umana viene sempre strutturata all’interno dello spazio architettonico. Ogni figura si rivela come “scultura di una scultura”, di un pupazzo e dunque una meta-scultura. Anche le proporzioni sfalsate dei corpi servono a mantenere una sorta di distacco con il visitatore che deve sempre confezionare la propria storia, senza condizionamenti. Inoltre anche in altri gruppi scultorei come Many Times (1999) e Conversation Piece, Dublin (1994) si possono ravvisare alcuni di questi elementi che ricorrono: la prospettiva, lo scorcio, l’indefinibilità dei volti e questa modalità obliqua di confrontare le relazioni tra le figure.

Come dialogano i lavori di Double Bind & Around con gli spazi e il buio di HangarBicocca? Quale lavoro si è rivelato più difficile da allestire?
In questa mostra la luce è un elemento fondamentale. Noi abbiamo scelto una luce più generale, alta e diffusa che facesse emergere l’architettura di HangarBicocca. Infatti, quando si guarda attraverso le aperture di Double Bind, si deve sempre poter osservare il tetto dell’edificio e dunque avere una precisa collocazione dell’opera nello spazio. E anche per i gruppi scultorei abbiamo deciso di non utilizzare una luce drammatica, perché già le figure in sé contengono questa potenzialità teatrale. Ma Muñoz non ha mai voluto andare oltre.

Juan Muñoz, The Nature of Visual Illusion, 1994-97 - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan; The Estate of Juan Muñoz, Madrid; MACBA Collection - photo Attilio Maranzano

Juan Muñoz, The Nature of Visual Illusion, 1994-97 – Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan; The Estate of Juan Muñoz, Madrid; MACBA Collection – photo Attilio Maranzano

Emotivamente e tecnicamente, il maggior livello di difficoltà lo ha sicuramente raggiunto Double Bind. Non solo perché con James Lingwood (con cui l’artista ha realizzato Double Bind alla Tate Modern) abbiamo dovuto comprendere se effettivamente gli spazi di HangarBicocca fossero ottimali per riposizionare il progetto (sebbene le opere di Juan si adattassero sempre a ogni spazio) e mantenere la stessa incisività. Abbiamo cercato di impostare la mostra attorno a Double Bind chiedendoci sempre come avrebbe fatto Juan se fosse stato ancora con noi. Egli infatti installava ogni pezzo in maniera diversa a seconda dello spazio. Muñoz, quando allestiva, si muoveva sempre come un trickster, come un giocoliere di strada: chiunque gli passasse accanto era in grado di vedere sempre uno spettacolo diverso.

Tu che lo hai visto lavorare di persona, tanto in fase di allestimento quanto in studio, potresti raccontare come agiva, quali erano i suoi riti, le sue gestualità, i suoi approcci allo spazio?
Nella sua ricerca artistica lo spazio era fondamentale: ogni gruppo scultoreo veniva collocato come se si muovesse liberamente in una piazza. Sono le figure stesse che attivano lo spazio in cui sono inserite. Si pensi a Many Times (1999), che è stata allestita in modi molto diversi, sfruttando l’ambiente espositivo: per esempio, al Louisiana Museum of Modern Art le sculture erano collocate in un corridoio rialzato rispetto allo spettatore, mentre all’Art Institute di Chicago erano disposte su una rampa. In ogni museo Juan Muñoz dava forma alle installazioni a partire dallo spazio, in una sorta di montaggio cinematografico, in cui aveva grande importanza anche la parte di improvvisazione.
Lo studio e la ricerca erano elementi necessari nello sviluppo delle opere. Per le sue sound piece, come A Man in a Room, Gambling (1992/1997), opera sonora originariamente progettata per essere diffusa sulle frequenze radiofoniche della BBC, l’artista seguì un corso di formazione tenuto da una logopedista per attori radiofonici, calandosi minuziosamente nella parte, come un attore professionista.

Potresti esprimere un pensiero, un augurio che accompagni Double Bind & Around al pubblico?
Il mio augurio è che questo percorso offra l’emozione di un silenzio carico di tante storie che ciascuno deve raccontare personalmente. È una mostra che comunica senza parole. Bisogna ascoltare più che vedere, ascoltare il suo silenzio.

Ginevra Bria

Milano // fino al 23 agosto 2015
Juan Muñoz – Double Bind & Around
a cura di Vicente Todolí
HANGAR BICOCCA 
Via Chiese 2
02 853531764
[email protected]
www.hangarbicocca.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/43402/juan-munoz-double-bind-around/

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