A rischio chiusura la chiesa convertita in moschea in occasione della Biennale. Ultimatum del Comune di Venezia per il provocatorio Padiglione islandese‏

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Santa Maria della Misericordia convertita in moschea

Santa Maria della Misericordia convertita in moschea

Era prevedibile: ad appena una settimana dall’inaugurazione, il Comune di Venezia ha lanciato un ultimatum al Padiglione islandese e all’artista svizzero Christoph Büchel.
In un paese in cui la popolazione musulmana supera ormai il milione e sono solo otto le moschee ufficiali dislocate sul territorio nazionale, cosa ci si poteva aspettare in reazione ad un artista che decide di convertire temporaneamente una chiesa cattolica in una moschea con tutti i crismi? Così, se entro il 20 maggio il responsabile del Padiglione islandese non presenterà il nulla osta della Curia, per autorizzare un uso dell’edificio diverso da quello di culto cattolico, la moschea di Santa Maria della Misericordia a Cannaregio – la prima e unica moschea veneziana  – dovrà chiudere i battenti.
La richiesta dell’autorizzazione ecclesiastica sembrerebbe una forzatura, considerato che l’immobile in questione è di proprietà privata dal 1973 e non più utilizzato per funzioni di culto da oltre quarant’anni. La chiesa però non è mai stata sconsacrata e di conseguenza il Vaticano avrebbe tutte le ragioni dalla sua. Alle questioni di carattere religioso si sommano poi le problematiche relative alla sicurezza pubblica: già prima dell’inaugurazione della Biennale, la polizia aveva contestato il progetto per il rischio di azioni terroristiche “da parte di qualche estremista religioso – si legge in un documento della prefettura – che potrebbe ritenere offensivo l’accostamento di simboli dell’Islam a raffigurazioni cristiane, presenti all’esterno.”
Certo è che, se anche la moschea di Christoph Büchel dovesse essere infine chiusa, l’artista è riuscito nell’intento di riaccendere la discussione attorno all’assenza ingiustificata di luoghi di culto islamici a Venezia, e in generale in tutta Italia.
Già l’anno scorso, un altro artista, Nicoló Degiorgis, aveva affrontato il tema nel libro fotografico Hidden Islam, svelando il mondo nascosto degli immigrati islamici in Italia, costretti a luoghi di preghiera informali, al limite della legalità, arrangiati tra garage e vecchi capannoni industriali.

Marta Pettinau

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  • Cristiana Curti

    Dov’è l’arte in questa operazione?

    • colette

      nell’operazione

      • Cristiana Curti

        Perché?

    • Marco Enrico Giacomelli

      È più o meno quello che chiesero a Duchamp quando presentò alla commissione Fountain. Sono passati giusto quei 100 anni…

      • Cristiana Curti

        Appunto…

        • Marco Enrico Giacomelli

          Eh, appunto, c’è una bibliografia piuttosto ampia che ti aiuterà a trovare la risposta. Sennò è come spiegare le moltiplicazioni in un corso sugli integrali, con tutto il rispetto.

          • Cristiana Curti

            Guardi, Giacomelli, non deve a me indicare l’ampia bibliografia sul senso dell’arte come lei intende. La invito a leggere questo branetto di un suo collega sul quotidiano Il Mattino.it. che racconta esattamente come andò e perché si è accesa la polemica intorno a questo padiglione, http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/venezia_biennale_scarpe_moschea/notizie/1345364.shtml.
            Allora forse anche lei capirà perché a me non sembra, questa, arte, dato che neppure i responsabili della stessa vogliono dare spiegazioni a chi arriva credendo di vedere un’opera e sentendosi rifiutare l’ingresso perché non lo è.
            In merito agli integrali, arriva da buon ultimo. Ci hanno provato in tanti, ma non c’è verso per me di entrare in quella materia. Forse è per questo che lei ritiene che io sia inadeguata anche per la critica d’arte?
            Vedo bene invece che i furbacchioni (Buchel) hanno sempre buona presa. E fra Buchel e Duchamp, spero non me ne vorrà per questo statement di cuore, passa tanto quanto ciò che passa fra una finta moschea e una vera.

          • artribune

            Il nostro collega del Mattino ha mancato di fare quello che un buon giornalista dovrebbe fare sempre: verificare le fonti o quantomeno non dare per buona la prima versione… Perché altri giornali hanno poi riportato che la richiesta di togliere le scarpe è dovuta alla presenza di tappeti pregiati, non perché si tratta di un luogo di culto. Letta in questo modo, anche questa richiesta non ci risulta fosse particolarmente estremista ma dettata da buonsenso: i tappeti sono fatti per sedercisi, se uno ci circola sopra con le scarpe sporche magari si sporcano a loro volta e via dicendo. Quest’ultima spiegazione è stata fornita dalla curatrice del Padiglione, interrogata dalle forze dell’ordine e poi da altri giornalisti. Come sempre, per instaurare un dialogo ci vuole che ambo le parti siano ben disposte… A tal proposito, cercheremo nei prossimi giorni di stendere un piccolo articolo di considerazioni (basilari) circa l’artisticità di questa operazione, o almeno la possibilità che rientri in una pratica culturale anche antecedente Duchamp! A presto!

          • Cristiana Curti

            Ringrazio per il commento che decisamente riporta il controllo di Artribune sulla questione. Io conosco ciò che è successo a Venezia. E in realtà le diverse fonti giornalistiche che hanno riportato il caso in tutta Italia hanno ciascuna “osservato” ciò che ritenevano preferibile per la propria linea editoriale. E infatti la vicenda è diventata mille cose diverse, eccellente per ogni genere di considerazioni, buona per tutti i palati.
            La questione dei tappeti pregiati è stata sollevata dopo l’episodio che ha visto protagonista il professore di storia delle religioni (che proprio estraneo ai comportamenti da tenersi in una moschea non è), forse per giustificare a posteriori ciò che invece non andava giustificato (almeno il coraggio di mantenere le proprie posizioni!).
            Per la verità questa provocazione ha ottenuto ciò che voleva: sollevare un vespaio sapendo che è argomento puntuto e che i detrattori – come me – del valore artistico della cosa (NON perché sia un’installazione che disancora un significato, ma proprio perché non è dichiarata come tale; ed è qui – per me – tutta la questione) sarebbero stati considerati oscurantisti e l’ “opera” sarebbe stata valutata non per sé ma per ciò che avrebbe rappresentato per le coscienze. Il che non è affatto un male, anzi. Basti non considerarla un’opera d’arte ma un gesto che ha carattere politico.
            Io ho solo chiesto: l’installazione di Buchel alla Misericordia è un’opera d’arte? Non sono interessata alla questione: è opportuno o meno che vi siano moschee a Venezia?
            Per come la vedo io, se in ogni grande città ci fossero luoghi di culto di ogni confessione, sicuramente si vivrebbe tutti più serenamente ed è per me doveroso anche battersi per garantire la possibilità a tutti (tutti, non solo alcuni; chissà perché Buchel ha scelto proprio l’Islam e non l’Induismo o lo Scintoismo, forse non sono queste religioni di pressante attualità o sono meno importanti del Cattolicesimo e dell’Islamismo?) di professare il proprio credo. Ma tutto questo che ha a che vedere con il padiglione dell’Islanda e con l’arte e con il divieto per alcuni di entrare se non si seguono i dettami di una finta pratica religiosa? Io già mal sopporto i VERI dettami comportamentali di un credo (che però ben comprendo e ai quali – quando necessario – mi adeguo), figuriamoci se posso tollerare quelli imposti per una finta pratica. E, si badi bene, la Curia che interviene dopo aver lasciato per anni che la ex-Chiesa della Misericordia fosse locata per feste, manifestazioni e altre amenità (sacrosante) del genere, non ci fa certamente una bella figura, ora.
            Infine, ricordiamo bene cosa ha fatto Danh Vo due anni fa proprio in Biennale.
            Allora, lancio anch’io una provocazione (per così dire): a mio parere, poiché il tempo per fare le cose con tutti i sacri crismi ci fu (due anni o anche uno solo possono ben bastare per impostare una pratica di richiesta per ospitare un nuovo luogo di culto) e poiché comunque sarà senz’altro costata parecchio questa benedetta installazione (tappeti pregiati in primis), perché il furbetto Buchel non ha deciso di allestire veramente, novello Borromini o Longhena, una moschea? Perché questa deve essere finta ed effimera? In questo caso l’avrei davvero considerata un’opera d’arte anche perché il gesto avrebbe avuto davvero il carattere di una provocazione potente (ci penso io, artista, mentre voi – Comune o Nazione – non siete riusciti a trovare il coraggio di fare una cosa del genere).
            Questo padiglione che maschera una buona idea con la furbizia di chi sa che coglierà facilmente frutti (riflettori) fra chi non ha il coraggio neppure di considerare l’opera dal punto di vista formale (come dovrebbe essere per ogni opera d’arte e qui non sarà più possibile perché la sovrastruttura ha cancellato il valore della struttura) per me ha fallito.
            Ringrazio comunque tutti per la stimolante discussione e attendo le prossime mosse con piacere.

          • Non siamo forse oltre il 60 posto per la libertà di stampa… tutto torna!

  • ToMareOmo

    “l’artista è riuscito nell’intento di riaccendere la discussione attorno
    all’assenza ingiustificata di luoghi di culto islamici a Venezia, e in
    generale in tutta Italia.”

    Ma che pensi al SUO di paese, tra i più parassitari e ambigui del mondo.

  • Cristiana Curti

    Fra l’altro, se c’è un posto in Italia dove la comunicazione soprattutto a livello culturale (ma anche civile e sociale) è molto buona fra Occidente e Islam è proprio Venezia, dove ha sede un dipartimento di studi sull’Africa mediterranea e Medio Oriente che vanta decenni di successi e grande popolarità fra giovani di tutte le etnie. Che manchino moschee in Italia (o, più genericamente, luoghi di culto di confessioni non cattoliche) è senz’altro un problema sentito, ma, ripeto: dov’è l’arte nell’ “opera” di Buchel? Ringrazio per la prima risposta di colette, che però non mi spiega, per ora, il senso di quanto afferma.

  • angelov

    Perché le migliaia di mussulmani che arrivano in Italia sui Barconi, attraversando pericolosamente il Mediterraneo, se fossero andati a chiedere il visto di ingresso in Italia nelle Ambasciate o Consolati italiani dei loro paesi di origine, se lo sarebbero visto rifiutare?
    Forse perché tutto questo permette di trattare con una fiumana di persone che non essendo regolari al 100%, si trovano di fatto esposti a una condizione di inferiorità rispetto agli altri cittadini in generale.
    Servono come sciavi moderni in quei paesi europei come l’Italia, dove ormai certi lavori vengono delegati a loro soltanto, e “last but not least”, quello di procreare…
    In questa ottica, il negare loro anche il diritto alle pratiche religiose, o il renderlo difficoltoso, farebbe parte del piano generale; il quale piano non è mai stato redatto od organizzato da nessuno, ma semplicemente si è venuto a creare per la negligenza, la malafede, il malaffare, l’ipocrisia e la megalomania che sono nel DNA della nuova società europea.

    • Cristiana Curti

      Sì, angelov, ma tutto ciò che c’entra con l’arte e con l’ “opera” di Buchel? Chiedo ancora e vorrei che qualcuno mi spiegasse: installare una finta moschea in una ex-chiesa è arte?

      • angelov

        Forse dipende da cosa si intenda per arte; in questo caso per arte, forse si intende un gesto o una scelta radicale in grado di sollevare una questione latente a livello pubblico, insomma un gesto politico più che estetico; e quindi rimane sempre il fattore soggettivo e interpretativo riguardo a ciò che è o non è arte.

        • Cristiana Curti

          Un gesto politico più che estetico… è una spiegazione convincente, ma ancora non capisco perché dovrebbe essere arte e non una semplice (giusta o meno) forma di rivendicazione o protesta sociale. E poi, perché a Venezia? Se la situazione veneziana è addirittura migliore di molte altre (in Europa) perché “colpire” proprio qui? Non è un errore di tiro? E se fosse un errore di valutazione che senso ha provocare dove non è efficace? Infine, la provocazione di per sé come forma d’arte non è troppo semplicistica quando è così poco articolata e/o incisiva?

          • Michele

            Perchè l’intero sistema dell’arte, oltre a essere affetto dal morbo del Politicamemente Corretto, è finanziato, controllato e posseduto dalla feccia ashkenazita/sionista.

            http://www.theoccidentalobserver.net/authors/Darkmoon-ArtI.html

          • Cristiana Curti

            Mi scusi, caro amico, che ringrazio, lei sta esattamente facendo il “gioco” del nostro Buchel in questo modo. Raccoglie una provocazione sul piano dialettico (però, anche qui, non capisco perché un “gestore sionista” dovrebbe voler promuovere un’azione a favore – eventualmente – dell’apertura di una moschea…). Ma io vorrei rimanere di più “sul pezzo”. In quale maniera si può affermare che allestire una moschea (finta) in una ex-chiesa è un atto artistico? Non voglio a mia volta provocare. E conosco bene la lunga storia del “gesto” e dell’ “azione” come stilemi, storia peraltro ormai antica. Ma qui, la faccenda non mi convince. Qualcuno riesce, oltre a angelov che ci ha senz’altro provato (e bene), a dirmi perché questa è un’opera d’arte che può essere ospitata alla Biennale di Venezia e non è invece una provocazione di stampo politico?

          • angelov

            La scelta di Venezia è stata fatta per la concomitanza con la Biennale, che tende a valorizzare tutto ciò che tocca; e forse non va sottovalutato il fatto che la cosa riguarda il padiglione islandese, e la peculiarità di un punto di vista culturale che negli anni passati si è espresso in scelte politiche e culturali inimmaginabili e forse inarrivabili per il resto dell’Europa. Ma forse la mia opinione è solo teorica, perché a tutt’oggi non sono ancora venuto a Venezia, e non ho potuto ancora fruire di persona di questo intervento culturale di cui si sta dibattendo.

          • Cristiana Curti

            Ottima considerazione, angelov. Vale comunque la pena di vistare il padiglione islandese, anche e soprattutto per valutare la linea culturale nel tempo di quella Nazione, come ben dici tu.

  • Michele

    ZOG

  • Simone

    Spero di andarci la prossima settimana sono proprio molto curioso di vedere questa opera

  • Michele

    ZOG

  • Il progetto era molto ben curato, perfetto in questi tempi di confusioni culturali