Italiani in trasferta. Vincitore del premio FAM, Daniele Franzella riflette sull’idea di conflitto: una mostra, al temine di una residenza a Düsseldorf

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Daniele Franzella, Bandiera, 2015 - cemento, 135 x 90 cm

Daniele Franzella, Bandiera, 2015 – cemento, 135 x 90 cm

C’è un velo malinconico che avvolge tutta la produzione di Daniele Franzella (Palermo, 1978). Una vena di nostalgia, che qui diventa romanzo, lì ossessione cinematografica, altrove fiaba, palcoscenico, pagina di un libro di storia. Un lavoro in fase di crescita ed evoluzione, non sempre all’altezza del suo potenziale, ma in cerca di un vigore nuovo, di una spinta contemporanea che unisca poesia e ferocia, spazzando via la polvere.
Vincitore di una residenza offerta dalle Fabbriche Chiaramontane di Agrigento, Franzella ha appena trascorso un mese a Düsseldorf, presso l’Atelier am Eck. Qui, con la cura di Alessandro Pinto, ha inaugurato la personale “Cronache della città di Ur”. La terracotta policroma, che da sempre caratterizza il suo lavoro figurativo, lascia il posto a un teatro di simboli, reminiscenze poveriste, esercizi di sintesi.
La sensibilità è la stessa che ritorna, spesso, tra artisti della sua generazione: il tasto della memoria, la dialettica tra l’ideale ed il suo svuotamento, il dato politico e quello sociale, tradotti in forme liriche, filosofiche, tra emotività e concetto. Il racconto allestito in Germania è dedicato al tema del “conflitto”, in senso allargato. Tutti i conflitti di un’epoca, intrappolati nel gorgo di una città che non c’è. Una prova intensa, ispirata, a tratti timida, che è l’embrione di possibili sviluppi futuri.

Daniele Franzella, Dell’inutilità, della disciplina e delle cose che ci sembrano opportune, 2015 - latex, 180x170

Daniele Franzella, Dell’inutilità, della disciplina e delle cose che ci sembrano opportune, 2015 – latex, 180×170

Un efficace bassorilievo in latex compatta quattrocento soldati in un’unica superficie claustrofobica. In posa, disciplinati e coesi, i corpi si dissolvono, svuotandosi: il gonfalone appeso a un chiodo è un vecchio cimelio da contemplare, nell’angolo. Così che la scultura figurativa diventi residuo, pelle sbiadita, segno del fallimento e del cambiamento insieme.
Allo stesso modo muta la classica bandiera nazionale, ridotta a una superficie minimalista in cemento. La modulazione di rettangoli grigi – pallida eco dei colori che furono – disegna un vessillo immobile, di cui si sono perse l’origine e la funzione. Una bandiera che non sventola più e che non ha territorio. Luttuosa, inquieta.
Stessa patina consunta e stessa ambiguità, per il tappeto di 120 elementi in terracotta, riproduzioni fedeli dei “triboli” o “azzoppa muli”: antenati delle mine antiuomo, questi piccoli strumenti di tortura erano trappole mortali per i cavalli dei reggimenti militari. E qui l’orrore si congela in una forma regolare, quasi decorativa, per un detournement sottile: oggetti non più taglienti, non ancora inoffensivi.

– Helga Marsala

www.duesseldorf.de/kulturamt/atelierameck/

 

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