Inpratica. Taranto Opera Viva: taccuino critico (II)

Gli appunti di questo taccuino critico – di cui pubblichiamo oggi la seconda parte – hanno accompagnato il progetto di Alessandro Bulgini dal 18 marzo al 18 aprile. La mostra “Taranto Opera Viva” è visitabile fino al 16 maggio presso Palazzo Pantaleo. Qui vi raccontiamo il backstage.

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Alessandro Bulgini, Primo tentativo di spostare l'isola (Taranto Opera Viva, 2015)

Alessandro Bulgini, Primo tentativo di spostare l’isola (Taranto Opera Viva, 2015)

19 MARZO 2015 – GIORNO DUE
Sganciare il più possibile questa attività creativa (compresa la scrittura critica) e la sua percezione dallo “sguardo turistico”, dallo stereotipo etnografico.
Sganciarsi dal paternalismo.
Sganciarsi dalla rappresentazione del gesto, dell’azione artistica. Quest’opera intera è fatta di autofiction. Rigore e serietà dell’approccio. Felicità. Profondità dei rapporti e dei legami. La vera disponibilità non è quella di Alessandro, tantomeno la nostra: è quella della gente, che ci sta mettendo a disposizione se stessa e le proprie storie. Non bisogna approfittarne, ma goderne e valorizzarle.
La vera, autentica valorizzazione non ha proprio nulla a che fare con il profitto: il giusto guadagno è tutt’al più una conseguenza, non l’obiettivo: la valorizzazione è sempre e comunque legata all’aspetto umano, ai rapporti di fiducia che si instaurano. Per questi ci vuole tempo, pazienza e rinuncia all’egoismo, agli aspetti autorappresentativi e finzionali dell’arte con il suo sistema, una continua tentazione operativa e morale; un ostacolo enorme, piuttosto che una facilitazione o uno strumento.
(Descrivere le scene quotidiane che vedi e a cui partecipi, con tutti i particolari.)

Alessandro Bulgini, Decoro urbano (Taranto Opera Viva, 2015)

Alessandro Bulgini, Decoro urbano (Taranto Opera Viva, 2015)

Che poi, queste scene si mescolano una con l’altra.
Il falò immenso che hanno costruito in piazza S. Giuseppe. Allestimento di uno spettacolo, che ci riguarda tutti: fotografia dei bambini mentre disegnano per terra. Ma il più interessante è indubbiamente il ragazzino con la felpa grigia che si è avvicinato e scettico considerava il disegno, tutta l’operazione. Quando gli ho chiesto se voleva un gessetto, con un sorrisino triste mi ha detto di no,
(un no antico, un no che è stato detto e ridetto sempre e da sempre, un no che credo voglia dire secondo te io mi metto adesso a disegnare per terra, non scherziamo qui ci sono dei ruoli da rispettare, non facciamo finta tanto lo sappiamo tutti e due che è solo un’interruzione, gli altri mi guardano e io sto costruendo adesso continuamente una persona che sarò io quando questo disegno sarà svanito più e più volte, e secondo te)
ed è tornato verso il falò mastodontico costruito con pazienza e con violenza dai ragazzi del quartiere,
(io posso mettere in discussione tutto questo che è la mia vita per fare finta, anche solo per pochi momenti, dai su non scherziamo ho da fare, ho un ruolo da definire perciò ti sorrido triste, ma poi la tristezza sei tu che la vedi perché questo è il mio sorriso normale, gentile, e me ne vado)
strappando porte e mobili dai palazzi abbandonati.
Giuseppe oggi era abbastanza inquieto.
E la magia che viene fuori dalla collaborazione è a volte semplice e inspiegabile (proprio come la vita): il disegno bianco nel cerchio sull’asfalto scuro, all’inizio francamente molto brutto, spoglio, rudimentale, si è per gradi arricchito con gli apporti singoli di bambini e ragazzi – ed è venuta fuori un’immagine, un oggetto visivo di bellezza barbara.
Articolata e complessa, ma al tempo stesso estremamente semplice: si riconoscono mani diverse, unite composte fuse in un tutto unico.
(La brutalità che cova sotto la pace, la tranquillità, la festa: un fuoco – sacro – sempre pronto a divampare. In un istante.)


25 MARZO 2015 – GIORNO OTTO
Piano realistico e piano magico della tecnica non entrano in contraddizione soggettiva fra di loro perché la magia non ha propriamente per oggetto, come la tecnica profana, la soppressione di questo o quel negativo, ma la protezione della presenza dai rischi della crisi esistenziale di fronte alle manifestazioni del negativo. Finché sussiste il bisogno di protezione il conflitto non ha luogo; ovvero resta puramente ideale e oratorio: qui sta la ragione per cui il piano magico si mantiene sostanzialmente ‘impermeabile all’esperienza’, e cioè sia agli insuccessi delle pratiche magiche, sia alla constatazione che i successi accompagnano più frequentemente i comportamenti realistici che non quelli magici. (…) In virtù del piano metastorico come orizzonte della crisi e come luogo di destorificazione del divenire si instaura un regime protetto di esistenza, che per un verso ripara dalle irruzioni caotiche dell’inconscio e per un altro verso getta un velo sull’accadere e consente di ‘stare nella storia come se non ci si stesse’. In virtù di tale duplice complementare funzione protettiva la presenza individuale si mantiene nel mondo, e attraversa i momenti critici reali o affronta le reali prospettive incerte ‘come se’ tutto fosse già deciso sul piano metastorico secondo i modelli che esso esibisce: ma intanto, pur entro questo regime protetto di esistenza, si reintegra il bene fondamentale da proteggere, cioè la presenza individuale, la quale attraversa il momento critico o affronta la prospettiva incerta ridischiudendosi di fatto ai comportamenti realistici e ai valori profani che la crisi senza protezione magica avrebbe, nelle condizioni date, compromesso” (Ernesto De Martino, Sud e magia, 1959, Feltrinelli, Milano 2011, pp. 89-97).

Alessandro Bulgini, Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo (Taranto Opera Viva, 2015)

Alessandro Bulgini, Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo (Taranto Opera Viva, 2015)

Ci manca oggi esattamente questo elemento magico, rituale: la capacità di trasferire i traumi sul “piano metastorico”, in grado di guarirli e di ricavare un “regime protetto di esistenza”: l’esistenza individuale e collettiva è stata cioè sganciata dalla vita culturale intesa nel senso più ampio. Così, le ferite non si rimarginano. Progetti come questo posso contribuire a riconfigurare una dimensione, contemporanea, del rito e del mito. È chiedere troppo? È utopico, irrealistico? Non credo proprio: è molto, invece, XXI secolo. Di una socialità arcaica, finalmente – e finemente – recuperata.

Christian Caliandro

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http://www.artribune.com/dettaglio/evento/44505/alessandro-bulgini-taranto-opera-viva/

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