Festival di Cannes. Un palmares deludente

La colpa è dei fratelli Coen e di Xavier Dolan, che di fatto sono stati i più citati in ogni comunicato e articolo che riguarda i verdetti, relegando gli altri a una funzione quasi decorativa. “Non è una giuria di critici, ma di artisti”, hanno giustificato in conferenza stampa. E al Festival di Cannes si chiude fra le polemiche.

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Hou Hsiao Hsien, The Assassin

Hou Hsiao Hsien, The Assassin

PALMARES: GIUSTO, SBAGLIATO, INCOMPRENSIBILE
I fratelli Coen non hanno fatto il bidone solo agli italiani. Le voci più autorevoli della stampa internazionale, infatti, si sono levate per l’indignazione di una scelta che se non si vuole definire ruffiana (il lungo legame fra i Coen e Xavier Dolan col festival francese) o politica (il post Charlie Hebdo, come l’ha definito Piera Detassis, direttore di Ciak) è quanto di più vicino all’irrazionale.
Niente da appuntare sul premio alla regia a Hou Hsiao Hsien per The Assassin, che ha entusiasmato i cinefili più raffinati e le penne più esigenti. Discorso che si estende all’esordiente ungherese Laszlo Nemes (vincitore del Grand Prix con Son of Saul), rappresentante della nuova generazione che avanza. Va notato al proposito che di fronte alle buone critiche c’era anche qualcuno tra i grandi che non era d’accordo nemmeno in questo caso. Manohla Dargis del New York Times ha riconosciuto le doti tecniche del film, ma definito “intellettualmente repellente” la drammaturgia delle inquadrature quasi quadrate dove mancava la profondità di campo e i primi piani relegavano le tremende sofferenze degli ebrei nello sfondo.
Accettabile il Premio della Giuria al greco Yorgos Lanthimos per The Lobster, un’altra pellicola che si ambienta a pieno titolo nell’habitat naturale di un festival con attitudini letterarie com’è Cannes, anche se forse poteva avere uno sviluppo migliore soprattutto nella seconda parte.

Matteo Garrone, Tale of tales

Matteo Garrone, Tale of tales

TUTTI I PREMI AI FRANCESI
Lo shock è arrivato coi premi ai francesi: il ringraziamento di Vincent Lindon e la sua necessaria interpretazione del film alla Dardenne La loi du marchè di Stephane Brize era l’unico davvero meritato. Quando è stato annunciato l’ex-aequo per la migliore interpretazione femminile, spartita tra Rooney Mara ed Emmanuelle Bercort, sono arrivati i dolori veri: schiamazzi e boo si sono sprecati nella sala Debussy, dove la stampa seguiva la premiazione.
Rooney Mara ha dato una prova senz’altro meno incisiva di Cate Blanchett, che l’ha eclissata sotto tutti i punti di vista. E, infatti, la sua funzione è quasi pretestuale per il funzionamento della storia e la descrizione del tormento interiore della protagonista, che appunto è Carol. Avranno forse i Coen pensato di premiare la giovane perché l’altra riscuoterà ancora prossimamente? Emmanuelle Bercort ce l’hanno proposta in tutte le salse, quest’anno. Non bastava il film dossier a lieto fine (Standing Tall) che hanno propinato in apertura, di cui lei era regista, doveva essere anche la protagonista dell’imbarazzante Mon Roi di Maiween, film bocciato con la quasi totale unanimità del giornalismo di settore internazionale.

Paolo Sorrentino, Youth-La giovinezza

Paolo Sorrentino, Youth-La giovinezza

ATTRICI CINESI CASSATE
Se poi la vittoria si ricontestualizza nel complesso della line up, davvero è difficile comprendere come la giuria abbia potuto preferire lei, in una storia così banale, rispetto alle interpetazioni di Zhao Tao (Mountain May Depart di Jia Zhange) o Shu Qi (The Assassin di Hou Hsiao Hsien). Jon Frosch dell’Hollywood Reporter titola With Cannes Prizes, Coen Keep it Weird, che è tutto un programma. Ma proprio l’inconcepibile è la Palma d’Oro a Jacques Audiard con Deepan, che è quanto di più lontano e diverso da tutta la filmografia dei Coen e qualcosa che davvero nessuno poteva sospettare anche pronosticando con i dadi.

LA STAMPA INTERNAZIONALE SULLE SCELTE DEL FESTIVAL
Anche per Peter Bradshaw del Guardian coi premi quest’anno “hanno toppato”. Justin Chang di Variety, in modo più indiretto, si è limitato a descrivere l’accoglienza (fischi, rumori e sghignazzi) dei premi nella sala stampa. Association France Presse su Libération ha criticato la presenza ingombrante dei brand del lusso a discapito del cinema, ricordando come il marchio Kering, nuovo sponsor del festival, già dalla conferenza è stato introdotto prima ancora della lista dei film.
Secondo il settimanale l’Express era scadente proprio il concorso, con solo sei film realmente validi su diciannove. Selezione deludente anche per Le Journal du Dimanche e per il Financial Times.
Tanto per concludere, dai rilevamenti Odoxa circa il consenso pubblico sulla kermesse (effettuati per il quotidiano Le Parisien tra il 21 e il 22 maggio) è risultato che il festival viene percepito “elitario e inaccessibile”. Il festival non “fa più sognare e costa troppo allo stato francese”. Tutti punti con cui dovrà fare i conti il neopresidente Pierre Lescure, successore dello storico Gilles Jacob, che già è il primo sospettato dell’insuccesso dell’edizione appena chiusa.

Nanni Moretti, Mia madre - John Turturro

Nanni Moretti, Mia madre – John Turturro

A PROPOSITO DEGLI ITALIANI
Lo smacco italiano brucia, d’altra parte Deborah Young, anche lei nota penna dell’Hollywood Reporter, l’aveva detto da subito che Mia Madre di Moretti era troppo poco d’impatto per i palati internazionali (ad eccezione dei francesi, che fino all’ultimo l’hanno sostenuto tra le pellicole più meritevoli di una Palma). Garrone era stato accolto con giudizi molto più frammentari. Peter Bradshaw l’aveva messo nella sua lista di preferiti, anche se aveva dissentito sulla scelta commerciale della lingua inglese. Gli americani avevano criticato l’aspetto artigianale degli effetti speciali, che al contrario erano stati un cavallo di battaglia di Garrone: in conferenza stampa il regista aveva specificato che la sua era una precisa scelta stilistica, finalizzata a un risultato che dava il più possibile il senso di realtà. Non parliamo, poi, di Sorrentino, che ha diviso la critica in modo netto, ma a cui non possono essere negati la perizia tecnica e compositiva.

NON TUTTI I MALI VENGONO PER NUOCERE
A conti fatti, si fa di necessità virtù. Se avessimo vinto a Cannes, non avremmo avuto chance agli Oscar: di solito l’uno esclude l’altro. Con quello che non è accaduto in Croisette, invece, le carte si rimescolano e i giochi si potrebbero fare davvero interessanti il prossimo febbraio. Intanto bisogna capire se Youth di Sorrentino sarà considerato come film straniero o no. Poi bisognerà decidere chi presentare come rappresentante dell’Italia alla corsa per la statuetta. A quel punto la commissione italiana chi escluderà: Moretti o Garrone? Sempre che nel frattempo non accada qualche altro terremoto culturale nazionale al Festival di Venezia, che quest’anno aprirà i battenti il 2 settembre e che con la scorsa edizione ha battuto, a sorpresa, per qualità tutti gli altri festival del mondo, per adesso ci godiamo i risultati italiani al box office, aggiungendo che se Cannes “non aveva abbastanza premi per gli italiani”, ci auguriamo che non ci siano abbastanza festival per i Coen come presidenti di giuria.

Federica Polidoro

http://www.festival-cannes.com/

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  • angelov

    Per chi non sa perdere, il premio di consolazione è la Polemica…

  • Concordo con Federica Polidoro e la lucida osservazione dei motivi per cui i tre films italiani non abbiano vinto alcun premio e poi credo che quei 15 minuti di applausi del pubblico di Cannes
    a “Youth la giovinezza” abbiano suscitato nei Cohen una forte invidia

  • christian caliandro

    Oppure magari, più semplicemente, i tre film italiani sono irrisolti, o puerili, o pretenziosi.