“Vincent van Gogh, un nuovo modo di vedere”. Il cinema racconta la pittura: settant’anni dopo Alain Resnais

Van Gogh si sparò un colpo di rivoltella, il 27 luglio del 1890, nelle campagne francesi. 125 anni fa. Il mondo lo celebra, il 14 aprile 2015, con un film-evento che parla attraverso le sue tele. Così come, nel 1948, lo celebrava il grande regista Alain Resnais, con un intenso cortometraggio

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 “Van Gogh non è morto per uno stato di delirio proprio,
ma per essere stato corporalmente il campo di un problema attorno al quale, fin dalle origini, si dibatte lo spirito iniquo di questa umanità.
[…] E dov’è in questo delirio il posto dell’io umano?
Van Gogh cercò il suo per tutta la vita con un’energia e una determinazione strane,
e non si è suicidato in un impeto di pazzia, nel panico di non farcela,
ma invece ce l’aveva appena fatta e aveva scoperto cos’era e chi era, quando la coscienza generale
della società, per punirlo di essersi strappato ad essa,
lo suicidò”
. (A.A.)

Vincent van Gogh, il suicidato della società, così come lo dipinse un altro genio della modernità, Antonin Artaud. Due disperazioni allo specchio, l’uno a ritrovarsi nella grazia e nella schizofrenia dell’altro, elaborando il senso misterioso di una scelta. L’olandese inquieto si uccise non per assenza di slancio vitale, ma per resa: quella di chi rimane scomodo, inascoltato, mal tollerato dal sistema; come un colpo ben piantato nel ventre del corpo sociale.
Se c’è un’immagine folgorante per quest’artista, che in soli cinque anni produsse oltre 450 dipinti, prima di togliersi la vita, è quella che per lui tratteggiò Artaud, avendone compreso i tumulti, la grandezza e lo strazio, oltre i cliché cucitigli su misura.
Van Gogh il matto, l’alienato, l’insoddisfatto patologico, l’eccentrico, il depresso. Oppure, van Gogh che era giunto nel mezzo di una inaudita verità pittorica, ucciso da chi non ne tollerava (non potendola capire) la sorprendente nudità, la purezza abrasiva.

Vincent Van Gogh, Autoritratto con cappello di feltro, 1887, olio su tela

Vincent Van Gogh, Autoritratto con cappello di feltro, 1887, olio su tela

Tanti hanno provato a raccontare van Gogh. Facendone una star, un souvenir da bookshop, una leggenda popolare, l’incarnazione di un luogo comune, un fenomeno da cronaca nera vestito coi colori di un campo di grano o di una notte stellata. Oppure facendone cinema, sulle tracce dell’essenza. Oggi, a 125 anni dalla morte, le iniziative in suo onore prolificano in tutto il mondo. Tra queste un nuovo film-evento, atteso il 14 aprile in oltre 1000 sale tra Europa, Stati Uniti, Canada, Africa, Asia, Australia, Nuova Zelanda e America Latina. Un solo giorno, per godersi (in Italia grazie a Nexo Digital) il racconto del regista David Bickerstaff, che attraversa la biografia dell’uomo, conducendo attraverso la sua straordinaria produzione, lungo i tesori del Van Gogh Museum di Amsterdam.

Con un volo di quasi settant’anni, un altro film, costellato di opere, torna alla mente. È l’essenziale corto di Alain Resnais. A parlare sono solo i quadri. Implosi in un bianco e nero che oltrepassa il gusto per la densità cromatica allucinata, ma senza perdere l’efficacia del tratto, dei tagli, degli sguardi. È la pittura che diventa cinema, contaddicendo i limiti ordinari del quadro e quello dello schermo. Drammatica e gioiosa, l’arte di van Gogh qui diventa il riflesso vivo della sua vita stessa. Una narrazione parallela. L’unico piano possibile, scandito da una voce narrante e dalla musica di Jacques Besse, per arrivare al nodo di un’esistenza difficile.

Vincent van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890

E sono, tela dopo tela, l’angosciante solitudine dei luoghi, l’amore per gli oggetti e le persone, l’”ardente curiosità” di un esploratore silenzioso e l’ossessione di chi era “prigioniero di se stesso e degli altri”. Ossessione divenuta inarrestabile pittura. Ed esplosa con un colpo di rivoltella finale, il 27 luglio del 1890, nella luce crudele dei campi, a Auvers-sur-Oise. Il colpo mortale che lo suicidò, per mano sua e per inadeguatezza altrui.
Un giorno la pittura di van Gogh, armata e di febbre e di buona salute, ritornerà per scagliare in aria la polvere di un mondo in gabbia che il suo cuore non poteva più sopportare”. Così avrebbe scritto Artaud, ricordando che “un alienato è anche un uomo che la società non ha voluto ascoltare e al quale ha voluto impedire di proferire insopportabili verità“.

Helga Marsala

“Vincent Van Gogh, un nuovo modo di vedere”
14 aprile 2015
Info sale in Italia:

www.nexodigital.it

 

 

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