“Se fossi un magistrato, avrei già arrestato Celant”. Sgarbi furioso per la costosissima mostra alla Triennale di Milano: “Ho chiesto a Cantone di aprire un’inchiesta”

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Vittorio Sgarbi con il governatore Roberto Maroni

Vittorio Sgarbi con il governatore Roberto Maroni

La polemica non è certo nuova, ma ora riesplode – senza ragioni apparenti – con grande veemenza. Fino ad evocare sbocchi giudiziari. Non aveva mai nascosto, Vittorio Sgarbi, le sue posizioni fortemente polemiche circa la gestione di quanto concerne le “arti” in occasione dell’ormai prossima Expo, e in particolare verso i progetti proposti – e ora attuati – nell’occasione da Germano Celant. Ma ora il critico ferrarese, nominato dal presidente della Lombardia Roberto Maroni “Ambasciatore dell’Arte per l’Italia all’Expo”, torna a calcare i toni, concentrandosi sulla mostra Arts & Foods curata da Celant negli spazi della Triennale.
Ho chiesto a Cantone di aprire un’inchiesta su Germano Celant”, pare abbia detto pubblicamente, stando a quanto riporta il Corriere della Sera, “per quella schifezza alla Triennale. Se fossi un magistrato lo avrei già arrestato. Lì Expo ha speso 7 miliardi ed è una cagata pazzesca. A me fa schifo e non capisco perché dobbiamo volere le opere fatte dagli americani e pagarle così tanto quando poi non abbiamo soldi per sistemare i nostri splendidi musei. Io spero proprio che questa inchiesta si faccia. Altro che quella su Farinetti”. Solite sparate sgarbiane, destinate a svanire nel nulla? Eppure qualche verità gli viene accreditata: se un lettore del Corriere commenta “mi sembra che ci sia poco da indagare… Se uno degli sponsor principali è la più grande catena mondiale di fast-food, perché stupirsi se poi fanno una mostra a base di hamburger giganti??”…

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  • angelov

    se fossi foco arderei lo mondo…

  • Aldo

    Sgarbi ti detesto profondamente e non mi rappresenti in alcun modo. Ma tu Celant hai fatto una cagata pazzesca, una marchetta che solo in Italia potevi realizare….

  • romanzetto

    Speriamo che si sbranino tra loro , che si disintegrino a vicenda.

    Ma sono spiccioli di fronte ai costi complessivi e agli sperperi e alle ruberie che riguardano invece l’Expo nel suo complesso, vero punto nodale al di là delle chiacchere. Dov’era Sgarbi prima?Perchè si preoccupa solo del tricheco? Leggiamo un po qua, da un articolo di pochi mesi fa, scorriamo i nomi e vediamo di chi questi erano amici, che corti frequentavano…… Dov’eri vittorio vittorino?

    “Ligresti chi? Sì, proprio quel Salvatore Ligresti della Milano da bere craxiana. Si dice che a volte ritornano, ma nonostante le condanne di Tangentopoli, la prigione, l’affidamento ai servizi sociali, don Salvatore, come lo chiamano, non se ne è mai andato. Oggi controlla buona parte dei sei principali progetti immobiliari milanesi, che valgono 7 miliardi di euro: non solo CityLife, ma anche Porta Nuova-Garibaldi. E non c’è a Milano chi non corra a baciare la pantofola del finanziere pregiudicato, originario di Paternò, provincia di Catania.

    È cambiato soltanto l’azionista di riferimento politico (ma chi è azionista di chi?) in quell’intreccio di mediazioni opache tra mattoni e finanza, tra affari e politica, che l’ex capitale morale non ha mai dismesso e che ha rilanciato entusiasticamente con il miraggio dell’Expo. Prima era Craxi, che si narra sia stato accompagnato proprio dall’uomo di Paternò in visita al conterraneo Enrico Cuccia, allora dominus del capitalismo italiano. Oggi è quella Milano della politica senza qualità, sospesa tra postfascismo, berlusconismo, leghismo e integralismo affaristico ciellino.

    Di Craxi resta Massimo Pini che, passato ad An, ricopre ruoli importanti nella galassia assicurativo-cementizia di Ligresti. Ma la costante è la famiglia La Russa di Paternò, il cui capostipite Antonino, antica autorità missina di Milano, seguì amorevolmente quasi cinquant’anni fa i primi passi del compaesano che fu scelto per sostituire a Milano gli ormai inaffidabili fiduciari Michelangelo Virgillito e Raffaele Ursini.

    Ignazio La Russa presidia il ligrestismo al governo, il fratello Vincenzo e il figlio Geronimo siedono nel Consiglio della ligrestiana Premafin. Berlusconi, che quando faceva il palazzinaro non amava il concorrente nel cemento e nel cuore di Craxi, ora rischia d’imparentarsi con lui, dal momento che uno dei figli giovani è fidanzato con una nipotina Ligresti.

    Le solite facce, i soliti nomi. A Milanofiori e ad Assago c’è Matteo Cabassi, quinto figlio di Giuseppe, “el sabiunatt” degli anni Settanta. È titolare di una parte dei terreni a destinazione agricola su cui sorgeranno le opere dell’Expo. Cedendoli al Comune si troverà 150 mila metri quadrati edificabili. A Porta Vittoria si sono fermati i lavori dopo l’arresto di Danilo Coppola. A Santa Giulia, sud-est di Milano, area Montedison, e a Sesto San Giovanni nell’area Falck, sta affondando un altro furbetto. È Luigi Zunino, esposto con le banche, soprattutto Intesa-San Paolo, per 2 miliardi.

    Con questi chiari di luna, riuscirà l’immobiliarista piemontese a fronteggiare il debito vendendo i palazzoni residenziali di Rogoredo che fanno da sfondo alla nuova sede argentea di Sky-Tv? Forse quelli di edilizia convenzionata a 2-3 mila euro al metro quadrato. Ma quelli di lusso progettati da Norman Foster, a 7-10 mila? Chissà se arriveranno fondi del Dubai a riprenderlo per i capelli.

    Ligresti, Cabassi, i furbetti, Pirelli RE, i texani di Hines, Luigi Colombo, Manfredi Catella. Vecchio e nuovo – dice l’urbanista Matteo Bolocan Goldstein – “convivono nella modernizzazione equivoca di Milano, in una dimensione opaca, con una poliarchia solipsistica che non fa sistema”. Chi più chi meno, tutti lavorano con la cosidetta “leva finanziaria”, che in pratica vuol dire i soldi delle banche. Sui 7 miliardi finora investiti sulla carta, sei, circa l’85 per cento sono di Intesa-San Paolo, Unicredit, Popolare di Milano, Monte dei Paschi, Antonveneta e Mediobanca, mentre la Banca d’Italia giudica corretta una quota del debito non superiore al 70 per cento rispetto al totale e un’equity del 30 per cento, cioè di investimento di tasca propria.”

  • Leonardo Givone

    Sgarbi non ha torto a volerci veder chiaro. In Italia c’è un sistema di potere nell’arte da far paura. Certe cifre poi non sono tollerabili, bisogna che qualcuno si faccia carico di una rivoluzione. E certo a farla, abbiamo visto, non sarà Franceschini visto il modo in cui ha operato fino ad oggi.

  • Giampaolo Abbondio

    C’è poco da indagare, bella o brutta (non avendola ancora vista mi astengo dal giudizio in ogni caso poco rilevante) Celant l’ha realizzata con sponsorizzazioni private da lui stesso procurate.