Verità e interpretazione: il caso di Giovanni Troilo al World Press Photo 2015

Il World Press Photo ha assegnato al fotografo italiano il primo premio nella categoria Contemporary Issues. Salvo revocarlo dopo una settimana di accesi dibattiti. Restano tutti scontenti, soprattutto gli addetti ai lavori, che vogliono più chiarezza sui limiti da rispettare nel fotogiornalismo. E intanto la mostra del premio arriva nella Capitale, a partire dal 29 aprile al Museo di Roma in Trastevere.

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Giovanni Troilo, dalla serie La Ville Noir – The Dark Heart of Europe

Per scattare la fotografia, Giovanni Troilo ha chiesto al cugino di poterlo ritrarre durante un incontro sessuale con una ragazza all’interno di un’auto: “Per loro non era strano”, si legge sul sito del fotografo

IL REPORTER TRA ETICA ED ESTETICA
La polemica attorno al World Press Photo quest’anno non accenna a diminuire, anzi. Squalificando il 22% delle fotografie candidate già durante le selezioni, forse la giuria sperava di troncare sul nascere quella lunga sequela di critiche che, sempre più spesso, accompagna l’annuncio della foto dell’anno. Più del valore artistico, di frequente è stata messa in dubbio proprio la veridicità delle immagini premiate: luci e contrasti forzati in post-produzione, dettagli e oggetti che vengono sapientemente eliminati dalla composizione finale, e via con l’elenco delle possibilità di manipolare un’immagine fotografica. Ma fino a che punto un reporter può interpretare la scena, senza che ne risenta il valore testimoniale dello scatto?
È questo il nodo gordiano che il fotogiornalismo mondiale ancora non ha sciolto, complice lo statuto stesso del medium fotografico: indice del reale – da intendersi proprio in senso semiotico, come impronta – e sua interpretazione, nel momento in cui una sola porzione di quella realtà viene inquadrata e quindi avulsa dal contesto. Nel fotogiornalismo la duplice matrice dell’immagine fotografica raggiunge probabilmente la tensione massima, tant’è che si premia l’autore dello scatto che meglio presenta al pubblico una realtà, ma si pretende che i suoi elementi non vengano – troppo – “interpretati” dal fotografo.

LA NASCITA DEL DIBATTITO
Lo scandalo di quest’anno non riguarda la Photo of the Year – com’era successo ad esempio nel 2013 – ma l’intero reportage dell’italiano Giovanni Troilo sulla cittadina belga di Charleroi, ribattezzata dal fotografo La Ville Noir – The Dark Heart of Europe. Il 12 febbraio, il photo essay di Troilo vince il primo premio nella categoria Contemporary Issues; il 4 marzo, lo stesso lavoro viene retroattivamente squalificato dalla competizione per averne violato le regole, e il premio ritirato.

Giovanni Troilo, dalla serie La Ville Noir – The Dark Heart of Europe

La fotografia che ha portato alla revoca definitiva del premio a Giovanni Troilo da parte del World Press Photo. La contestazione riguarda il luogo dov’è stata scattata l’immagine e non la sua tecnica.

In quel breve lasso di tempo si è levato un coro di voci – quasi tutte critiche – per cui sorprende solo che il World Press Photo ci abbia messo così tanto a ripensare il proprio giudizio. Ha iniziato il sindaco di Charleroi, lamentando nel servizio fotografico una rappresentazione non veritiera della sua cittadina. È intervenuto anche Jean Francois Leroy, direttore del rinomato festival di fotogiornalismo Visa Pour L’Image, dichiarando che quest’anno non avrebbero esposto alcuna immagine premiata dal World Press Photo: “I fotogiornalisti che vogliamo rappresentare non chiedono ai propri cugini di fornicare in un’auto“, si legge tra le altre cose nel lungo post sulla pagina Facebook ufficiale.
Un simile giudizio pesa, non solo perché a dirlo è un riferimento tra gli addetti ai lavori. Il problema è che la sua è una parafrasi di quanto Troilo ha ammesso di aver fatto per scattare una delle fotografie della serie.

LA FOTO AL CENTRO DELLE POLEMICHE
Il soggetto è una coppia intenta a consumare un rapporto sessuale in un’auto appartata; nonostante l’ambientazione notturna e la ripresa dall’esterno, l’atto è ben leggibile grazie ai fari accesi della macchina, nonché a una fonte di luce artificiale all’interno dell’abitacolo.
Troilo ha ammesso di aver chiesto al cugino – ritratto nell’auto – di poterlo seguire nella serata che questi aveva comunque pianificato. Le regole del World Press Photo stabiliscono che una scena non è ricreata dal fotografo nel momento in cui l’evento sarebbe accaduto ugualmente in sua assenza, per cui l’organizzazione ha chiarito in una nota di non considerare la scena come “costruita” (staged) a uso e consumo del fotografo.
Sul proprio blog, Jim Colton – a sua volta presidente di giuria del concorso nel 2005 – ha fatto però notare come la luce all’interno dell’auto non possa provenire da una fonte in dotazione all’abitacolo, perché viene dal basso. Pare infatti che Troilo abbia utilizzato un flash azionato a distanza. L’autore, a tal proposito, ha dichiarato in un’intervista a Globalist.it di non vedere dove sia la questione: “Se questa è manipolazione dell’immagine, allora lo è anche quella nelle migliaia di fotografie in bianco e nero con contrasti marcatissimi e con tecniche di evidenziazione in camera oscura“.

Giulio Di Sturco, dalla serie Chollywood per Geo France

Dopo la revoca del premio a Troilo, il primo posto nella categoria è stato assegnato a Giulio Di Sturco, per il suo reportage sulla Hollywood cinese.

Eppure, insieme a Colton molti reporter hanno giudicato simili scene come orchestrate non semplicemente “accadute”. Un reporter professionista potrebbe spiegargli che finora nessuno aveva ancora piazzato un apparecchio radiocomandato nel mezzo di un’esecuzione, per illuminare meglio il colpo letale, o in faccia a un terremotato di Haiti appena estratto dalle macerie. E non si tratta di “paleofotografia“, come l’ha definita Troilo: si tratta di deontologia professionale. Quella propria al giornalismo, prima ancora che alla fotografia.

LIMITI E REGOLE DEL FOTOGIORNALISMO
L’organizzazione ha poi finito per squalificare in ogni caso il fotografo e il suo lavoro, avvalendosi della segnalazione di un reporter già affermato, Bruno Stevens: un’altra fotografia della serie su Charleroi è stata in realtà scattata a Molenbeek, a differenza di quanto indicato.
Ha ragione Troilo a dire che “il fatto che mi hanno ritirato il premio è una sorta di atto di censura. La fotografia di cui hanno contestato la didascalia è quella del pittore, proprio quella in cui il luogo ha un ruolo marginale“. Ancora più ha ragione Nina Berman, quando scrive per Columbia Journalism Review che si tratta di una “soluzione alla Al Capone“: il World Press Photo si era già schierato – troppo – a difesa del riconoscimento assegnato, perché potesse ritirarlo senza appellarsi a un qualche cavillo che è un palese escamotage.
Quest’anno, a uscirne nel modo peggiore è proprio il premio in sé, più dell’autore estromesso. Poco male, se Troilo sembra non aver compreso la differenza tra arti e documenti visivi. Preoccupa però che il World Press Photo abbia mancato l’occasione per fare un distinguo sempre più necessario.

Caterina Porcellini

www.worldpressphoto.org
www.giovannitroilo.com

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