Sub Urbe, ritratto di un quartiere. Il film vincitore del premio Firouz Galdo

Giovani registi crescono. E vincono premi istituzionali. Come Lucio Casellato, premiato dal Maxxi per il suo Sub Urbe. Ritratto di un quartiere periferico di Roma, tra realismo e poesia...

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Una borgata nell’area nord di Roma, oltre il Grande Raccordo Anulare e a ridosso del fiume Tevere; una delle tante suburbie popolatesi agli inizi del Novecento, mentre il cuore trionfale della città sorgeva e le fasce più misere si ammassavano ai lati, insieme ai flussi di immigrazione. Un paese, più un che quartiere. Labaro, frammento della monumentale periferia romana, stratificata e in espansione, è il soggetto del film “Sub Urbe”,  diretto dal giovane Lucio Casellato, con la fotografia di Daniele Di Mattia, il montaggio di Giulio Convessi e le musiche di Ross Koopmanes.
Con quest’opera Casellato ha vinto la prima edizione del premio multidisciplinare Firouz Galdo per la ricerca, istituito nel 2013 dal MAXXI Architettura insieme all’Associazione M-E-N-O, in memoria dell’architetto, urbanista ed intellettuale Firouz Galdo, nato a Tehran nel 1960 e scomparso a Roma nel 2012. Il tema era quello della soglia, sviscerato nel suo ultimo libro, Attese, ed elaborato dai partecipanti in forme diverse: 26 i finalisti e un solo vincitore, a cui è andato un assegno di 2.000 euro, per volere della giuria composta da Michele De Lucchi, Margherita Guccione, Lea Mattarella, Luca Molinari, Paolo Repetti e Barbara Salvucci.
Luoghi e volti di periferia, dunque, con le loro storie, le loro memorie sedimentate, la loro maniera diversa d’essere città e cittadini, sperimentando il senso complesso e sfuggente della linea di confine, del bordo che cuce l’interno con l’esterno. Diventando mondo a sé.

La stazione di Labaro, costruita nel 1913

La stazione di Labaro, costruita nel 1913


“Sub Urbe” è il ritratto di un quartiere. Intimo, autentico, scandito dai ritmi del quotidiano e osservato dall’interno, scegliendo il punto d’osservazione dei residenti, la natura del loro passo e del loro sguardo, le dinamiche minime delle loro esistenze normali, difficili, quiete. Tra la poesia del banale e la durezza di una marginalità interiorizzata, con tutta la sua dote di bisogni, di ricordi, di conflitti e di legami. E tra questi spazi, in cui si iscrivono i gesti e le parole di una comunità viva, il film racconta l’infinita distanza dal centro, l’essere isola ed appendice, l’essere geografia, storia, sintassi, urbanistica, politica e pòlis con una cifra propria, al di là de codici radicati qualche chilometro più in là.
Così, i sentieri in salita, le strade sterrate, gli scorci di paesaggio, le vecchie case popolari, le palazzine nuove e gli orti di settant’anni fa, sono la cornice crepuscolare che accoglie la vita delle persone e la trasforma in racconto, attraverso il filtro del cinema. Un cinema che sceglie la via asciutta del realismo, ma che non dimentica la denuncia sottile e lo slancio affettuoso. Con un equilibrio misurato, prezioso.  

Helga Marsala

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