Ebrea. Il rituale antirazzista di Fabio Mauri: nazismo, nudità e memoria

1971-2015: dal debutto in una galleria di Venezia a una nuova riedizione newyorchese. La storica performance di Fabio Mauri è attesa il 24 marzo da Hauser & Wirth. Questo video documenta la versione del 1993, presentata alla Biennale di Venezia di Achille Bonito Oliva

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La prima volta nell’ottobre del 1971, a Venezia. Fabio Mauri (1926-2009) mette in scena “Ebrea”, una performance radicale sul tema della discriminazione razziale e sulla memoria dei campi di concentramento. L’occasione è una personale curata da Furio Colombo e Renato Barilli alla Galleria Barozzi. Una serie di oggetti qualunque, prelevati dal quotidiano e disseminati nello spazio, rivelano la loro natura oscena grazie al dettaglio delle piccole targhe incise: sono utensili, complementi d’arredo, saponette, sci, finiture per cavalli, realizzati con denti, pelle, capelli, ossa di ebrei. Materia prima umanissima, per il piano derelitto dell’esercito del male.
E in questo catalogo di souvenir dell’orrore, straniati nello spazio espositivo, entra in scena lei. Nuda. Senza parole da spendere, nella lenta cerimonia gestuale. Di fronte a una toletta consumata e sporca, uno specchio diviene spazio del rito: lei taglia ciocche di capelli e le incolla lì, dove il suo volto è riflesso. Ciocca dopo ciocca, una stella di David prende forma, la stessa che è impressa sul suo petto. Dal corpo al segno, e viceversa, in un’unica grammatica del dolore e dell’appartenenza, della memoria e dell’oltraggio.
La nudità è spazio di verità che racconta la ferocia e insieme la sostanza delle cose: la storia, il male, il bene, l’identità e l’alterità. Il luogo della discriminazione, tra la carne e lo spirito, come fatto umano.

Fabio Mauri, Ebrea, 1971 - Galleria Barozzi, Venezia - foto Elisabetta Catalano

Fabio Mauri, Ebrea, 1971 – Galleria Barozzi, Venezia – foto Elisabetta Catalano

Scriveva Mauri: “In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro, come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo. La cui legge, in ultimo, può riassumersi in: “discriminare l’uomo a motivo di un disvalore. O, ugualmente, di un valore”. In cui discriminare é il contrario di un giudizio. E’ la condanna per segni non individui, ma infinitamente traslati, però “obiettivi”, esterni e collettivi, operata sull’uomo”.
Lui, non ebreo né figlio di ebrei, si mise in quel corpo e in quella pelle, immaginando di assumerne il destino. “Mi sento ebreo ogni volta che posso e patisco ingiusta discriminazione, e patisco discriminazione”. Un’esplorazione, una cura, l’assunzione di una prospettiva deviata e di un lamento antico. E un pensiero lucido sul presente occidentale ed europeo, non ancora mondato dall’onta, incapace di metabolizzare, di rimarginare, di capire. Di guardarsi allo specchio.
In Ebrea l’operazione é fredda. E indelicatamente culturale. Ricompio con pazienza, con le mie mani, l’esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l’atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini. Intralcio di sfuggita la sicurezza laica del “design” contemporaneo così fiducioso nel “progresso“”.
A distanza di 44 anni dalla premiére veneziana, “Ebrea” torna in una nuova edizione, a New York, da Hauser & Wirth, dove è in corso fino al 2 maggio una retrospettiva sul grande artista italiano. Un lavoro delle origini, in cui già si respirava tutta la carica drammatica, politica, esistenziale, che la sua ricerca avrebbe coltivato negli anni a venire, tra storia, poesia e filosofia.

Helga Marsala

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  • angelov

    come per tutti i grandi artisti
    queste opere sembrano rivalutarsi
    con il trascorrere del tempo,
    ed essere testimonianze
    di una sensibilità futura