Istanbul: cosa si fa quando si perde tutto?

Cos’accade nelle persone quando si trovano dal possedere qualcosa a perderlo immediatamente? “Yuvaya Donmek/Back home”, della regista e autrice Alessandra Paoletti, è la storia di un esodo forzato, di una separazione di corpi e di anime. È il racconto di un istante: quello del ricordo, ma anche della domanda “e ora che si fa?”.

Ci sono intense atmosfere cechoviane unite a elementi e oggetti che rimandano alle simbologie del regista lituano Eimuntas Nekrošius. Ci sono chiaroscuri, bui e brevi squarci di luce che sono dell’anima, e respiri che trattengono i moti del cuore, e canzoni di un’area del mondo che è Oriente e Occidente, che è Sicilia, Turchia, Balcani. C’è il lungo ondeggiare di vesti colorate e di capelli al vento, e di braccia allungate, e di movimenti rotatori, e di danze a terra, e battiti di piedi al ritmo del fiato, che sono il patrimonio di gesti della Bausch che sempre ci struggono. C’è un incedere fisico ora lento ora accelerato anche di voci e di racconti che hanno il ritmo di una partitura musicale. C’è un denso rimando di immagini d’arte (soprattutto all’albanese di origine Adrian Paci,per quell’enorme tetto rovesciato della sua opera Home to go concessa dall’artista che, in scena, da casa-rifugio diventa barca, e contenitore di ricordi) che si fanno memoria del nostro tempo. C’è un aleggiare di miti dai Persiani eschilei(il primo grande racconto tragico della guerra tra le due sponde dell’Egeo) e un raccordo di storie reali prese dal passato, ma drammaticamente presenti, perché non è solo poesia ma tragedia sempre attuale la frase dal Re Lear di Shakespeare: “Noi siamo per gli dèi come mosche per i monelli; ci uccidono per divertimento”.
Ed è dramma ancora d’oggi quel trasferimento forzato di quasi due milioni di persone decretato dal Trattato di Losanna, del gennaio 1923, in cui per la prima volta la comunità internazionale accettava e decretava lo “scambio obbligatorio di cittadini turchi della religione ortodossa-greca stabiliti in territorio turco e cittadini greci della religione mussulmana stabiliti in territorio greco”. C’è una famiglia sospesa in uno spazio indefinito, in una zona grigia all’ombra di una qualche grande città. C’è la festa e l’attesa che hanno il ritmo delle stagioni.

Yuvaya Donmek/Back home - photo Ninni Romeo

Yuvaya Donmek/Back home – photo Ninni Romeo

C’è il sogno felice e la dura realtà che cancella ogni fantasia; il ricordo ingenuo e quello amaro; i giochi spensierati presto trasformati in giochi di odio; il presentimento di un pesante fardello da portare e la ricerca della felicità che è verità; il bisogno di sapere e il non voler vedere; la memoria che si trasforma in afflizione; il riso e il pianto mescolati; l’addio alla casa e alla terra, la fuga obbligata, l’esodo squassante, l’approdo in un’altra riva, lo smarrimento di identità. Ci sono corse affannose alla ricerca di dispersi, spose senza marito, poltrone come scogli da cui osservare l’orizzonte lontano, e bambole e lampade e guanti e altri oggetti cari legati a veri ricordi personali, e mobili carichi d’affetto poi ammassati come ruderi senza più storia ricoperti di pastrani; bianchi velari come vele al vento; tetti trasformati in zattere; corde e funi per attraversare sponde e sentieri impervi; e rami d’albero che scendono dall’alto a disegnare paesaggi spogli. Infine ci sono abbracci d’addio e di ritorno, trattenuti, soffocati, poi vuoti, privati della presenza dell’altro.
Tutto questo vive dentro un tempo sospeso: un passato che si fa presente. Tutto questo, e altro ancora, è Yuvaya Donmek/Back home, un progetto ospitato dall’Istanbul Şheir Tiyatrosu-Istanbul Municipal Theater, ideato da Alessandra Paoletti, regista e drammaturga dello spettacolo (insieme ai coreografi del Wuppertal Tanztheater Pina Bausch, Julie Anne Stanzak e Damiano Ottavio Bigi), che ha riunito ungruppo di persone di origine, lingua e percorsi artistici diversi facendoli incontrare a Istanbul, al confine tra Oriente e Occidente, mondi separati e messi uno di fronte all’altro per dar forma a una zona “comune”. E non poteva esserci luogo più emblematico di questa città popolata da una quotidianità dell’alterità, in cui convivono miriadi di etnie tra modernità e arcaismo, individualismo e antichi valori, per dare corpo alla storia di una famiglia, o quello che ne resta, che messa di fronte a una migrazione improvvisa, inaspettata e forzata, deve abbandonare la propria casa e la propria condizione per ritrovarsi in una terra sconosciuta.

Yuvaya Donmek/Back home - photo Ninni Romeo

Yuvaya Donmek/Back home – photo Ninni Romeo

Iniziato a Istanbul nel 2012 dalla raccolta di testimonianza di alcuni dei parenti degli “scambiati di Losanna“ – dalle cui dichiarazioni si evince quanto false furono le motivazioni e le pretese ufficiali dell’epoca di aver agito per un interesse comune –,il testo ha via via preso consistenza, attraverso approfondimenti storico-letterari, in una scrittura scenica che Paoletti ha sapientemente costruito a lungo con gli attori dell’Istanbul Şheir Tiyatrosu. Animata dall’urgenza di tessere una trama che desse voce a quel profondo desiderio di ricongiungimento e riappropriazione che è sentimento universale di chi conosce l’esperienza della separazione e della migrazione e per ribadire l’inaccettabile uso esplicito che è stato fatto, e si fa, della religione e dell’appartenenza etnica come criterio di condanna e di espulsione, la regista romana ha costruito uno spettacolo di grande forza visiva ed emotiva, per il quale la parola necessario è quanto mai obbligatoria. Spettacolo che vorremmo appartenesse a tutti.

Giuseppe Distefano

http://www.ibb.gov.tr/sites/sehirtiyatrolari/tr-tr/sayfalar/Oyun.aspx?oyunid=428

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Giuseppe Distefano

Giuseppe Distefano

Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere…

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