Istanbul updates: quanto è triste Bisanzio. Dopo i moti di giugno a Gezi Park e a Piazza Taksim la città non è più la stessa. E i galleristi attendono per capire se sia ancora o meno il caso di investire

Non è un’edizione come tutte le altre quella della Biennale 2013 a Istanbul. La ferita inferta alla Turchia, ma sopratutto a questa che è la più sconfinata megalopoli europea, è profonda, molto più profonda di quanto la si possa immaginare guardandola da ovest attraverso il filtro dei telegiornali. La città è fiaccata, intristita, impaurita non tanto […]

Non è un’edizione come tutte le altre quella della Biennale 2013 a Istanbul. La ferita inferta alla Turchia, ma sopratutto a questa che è la più sconfinata megalopoli europea, è profonda, molto più profonda di quanto la si possa immaginare guardandola da ovest attraverso il filtro dei telegiornali. La città è fiaccata, intristita, impaurita non tanto a causa del ricordo dei moti di giugno a Gezi Park quanto per le conseguenze che tutto questo potrà avere.
La Biennale stessa ha dovuto cambiare programmi e location, con pecche allestitive evidenti e dovute alle modifiche in corso d’opera quando si è deciso di rinunciare a tutti gli interventi urbani nel tessuto della città. Il risultato è che la Biennale non “percepibile” girando per i quartieri di Istanbul. Ciò che è percepibile, invece, è la densa tensione nelle strade. Istiklal Caddesi, la grande arteria pedonale dove affacciano due delle cinque sedi della Biennale, è militarizzata. Di fronte al Galatasaray, famoso liceo del distretto di Beyoglu, camionette e poliziotti in assetto anti sommossa. Altre camionette impediscono l’accesso ad alcune piccole viuzze verso la Torre di Galata: non l’atmosfera migliore per ospitare turisti, operatori e viaggiatori culturali. Che non mancano (formidabile la presenza di italiani anche questa volta), ma che sarebbero potuti essere molti, molti di più.
Ma c’è dell’altro. E attiene alla paura ed all’intristimento di una città che fino a qualche mese fa era l’unica città euforica di un continente in crisi economica, politica e di identità. Istanbul no. L’unica città a capo di un paese che volava sulle ali di una crescita economica robusta e determinata. Tutto questo appare essere sospeso. Gli indizi non sono i troppi ristoranti e bar semi vuoti o i voli che vanno e vengono a mezzo carico dall’aeroporto di Ataturk, ci sono anche le gallerie. Molte, tra le tante nate negli ultimi anni di boom dell’arte contemporanea in città, stanno esitando a programmare la nuova stagione 2013-2014: non sono certi che i collezionisti verranno, non sanno quale sarà la reazione dei ricconi locali, non conoscono le intenzioni del resto del mondo e di come la comunità artistica internazionale reagirà rispetto ad una città che di colpo è diventata un luogo posto al di fuori del naturale circuito delle capitali dell’arte mondiale. “Il governo è composto da persone mediocri, senza cultura, gente che lavora contro il proprio interesse. Hanno stoppato un boom economico e chissà con quali conseguenze” ci dice una storica critica e gallerista istanbulese…

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