Indipendent China Part I

Una intervista in due parti con la curatrice Mariagrazia Costantino, art director del primo centro di arte contemporanea di Shangai, l'Ocat. Per scoprire, attraverso il progetto “The Garden of Forking Paths”, inaugurato il 3 maggio, quali strade conducono all'animazione indipendente. In Cina.

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The Garden of Forking Paths - veduta della mostra presso l'OCAT, Shanghai 2013

The Garden of Forking Paths – veduta della mostra presso l’OCAT, Shanghai 2013

Partiamo innanzitutto dal progetto. Quando dite “independent animation” che cosa intendete?
L’animazione indipendente non ha committenti, è autofinanziata e non ha un target commerciale, cioè non è concepita per il “consumo” di massa. Nel caso specifico di questo linguaggio, la maggior parte delle volte collegato a circuiti commerciali come la televisione e il cinema, è fondamentale l’aggiunta dell’aggettivo, che implica il coinvolgimento di una serie completamente diversa di fasi e un processo creativo differente. Per intenderci meglio, l’animazione indipendente è realizzata il più delle volte individualmente, per abbattere i costi di produzione ma soprattutto per eliminare vincoli relativi al linguaggio e al tipo di immaginario cui si attinge e che si finisce per creare. Inoltre nell’animazione indipendente, fondata come qualsiasi tipo di arte “video” sulla manipolazione temporale delle immagini, entra in gioco un tipo diverso di tempo, non compresso per assecondare il mercato ma dilatato per venire incontro alle esigenze dell’artista.

E in Cina, nello specifico, cosa succede?
In Cina l’animazione “commerciale” si sta imponendo come attività in costante crescita e come proficuo investimento (grosse aziende internazionali di animazione ed effetti visivi hanno aperto studi in Cina e altre sempre più competitive nascono qui ogni giorno), ma una netta demarcazione tra le due sfere va necessariamente compiuta laddove entrambe siano compresenti, tanto più che artisti che lavorano con e sull’animazione indipendente spesso lavorano anche per studi commerciali.

OCAT - Shanghai

OCAT – Shanghai

La parola ‘indipendente’ può suonare strana in un contesto come quello cinese. È un pregiudizio o, se si la si pensa in questo modo, ci si avvicina alla realtà?
In realtà la parola ‘indipendente’ non va tanto applicata al contesto cinese nello specifico, quanto a quello capitalistico (o post-capitalistico) transculturale, quello dei grandi gruppi e delle corporazioni: in questo senso l’animazione indipendente si ritrova ovunque gli artisti si cimentino con questo linguaggio in modo del tutto privo di limitazioni e condizionamenti. Al contrario, proprio perché qui l’individuo è sottoposto alla pressione di mastodontiche strutture di gestione sociale, politica ed economica, in Cina la parola ha un senso e un’importanza che la rendono densa di contenuto, e non un vuoto involucro come ormai molte definizioni sembrano essere diventate.

Ovvero?
È come dire che le soluzioni ai problemi e strategie per affrontarli vengono elaborate e assumono un significato laddove il problema esiste. Proprio perché in Cina in questo momento il problema dell’espressione individuale è pressante, sono state elaborate strategie e soluzioni più o meno temporanee per mantenere uno spazio di creazione virtualmente illimitato. Altra cosa sono i canali di distribuzione e la diffusione dei lavori: a seconda del contesto, è ancora necessaria “l’autocensura”, evitare riferimenti troppo espliciti alla politica attuale e a certi fatti del passato che sono ancora ferite aperte nella storia del paese e nella coscienza delle persone. Detto questo, temi sensibili sono presenti ovunque nel mondo, a seconda del contesto culturale. In Cina è tutto complicato dalla compresenza di sistemi apparentemente incompatibili – quello comunista e quello capitalista – racchiusi nella formula molto scaltra di “socialismo alla cinese”, ma soprattutto dall’enormità delle cifre da gestire.

The Garden of Forking Paths - veduta della mostra presso l'OCAT, Shanghai 2013

The Garden of Forking Paths – veduta della mostra presso l’OCAT, Shanghai 2013

Come è stata dunque operata la selezione delle opere?
Abbiamo selezionato una parte degli artisti presenti alla Biennale di Animazione Indipendente che si è tenuta a Shenzhen dal dicembre al marzo 2013, all’interno di uno spazio espositivo che fa parte dello stesso progetto, OCAT, che sta per Contemporary Art Terminal, partito proprio da Shenzhen nel 2005. Si tratta di artisti cinesi e stranieri: tra questi il collettivo AES + F, Cao Fei, Sun Xun, gli italiani Federico Solmi e Diego Zuelli. Di loro proporremo però lavori diversi o più recenti, per far sì che non si tratti di un pedissequo passaggio di testimone.

Che tipo di relazione c’è con il contesto?
Tutto questo è collocato all’interno della cornice che la stessa città di Shanghai rappresenta: un posto dove le immagini in movimento sono ovunque, e dove è fondamentale opporre a questo sovraccarico di informazioni idee e visioni che attraverso lo stesso linguaggio possano indurre a una riflessione critica su un mondo pieno pieni di paradossi, tutti regolati dalle stesse inflessibili leggi. Se è vero che Shanghai, come ogni altra megalopoli, è piena di immagini, è vero anche che il mondo è pieno delle sue immagini, in una reiterazione del discorso metacritico sulle città e sulla loro rappresentazione.

OCAT - Shanghai

OCAT – Shanghai

Come, dunque, interagite, in tal senso?
La mostra vuole attivare una specie di corto circuito di immagini: interrompere la monotonia ipnotica di quelle che “subiamo” quotidianamente a attivare un circolo virtuoso che porti alla creazione di altre immagini liberamente concepite e presentate. Abbiamo pensato allo schema del labirinto come sistema perfetto per esporre la complessità e la stratificazione di livelli, ma anche la compresenza di possibilità e direzioni, che non necessariamente portano a un vicolo cieco. “Il giardino dei sentieri che si biforcano” di Borges non è nient’altro che un labirinto, inteso come entità fisica e come concetto, o concezione spazio-temporale, o in termini assolutamente attuali un ipertesto: una struttura semantica non lineare che può essere avvicinata e interpretata indifferentemente da qualsiasi lato, proprio come vorremmo fosse oggi l’animazione indipendente, e forse la Cina stessa.

Quale sarà l’evoluzione futura del progetto, se ne è prevista una?
OCAT Shanghai è il primo centro per l’arte contemporanea in Cina concepito specificamente per i linguaggi multimediali: quindi video, film, ma anche fotografia e tutto quello che riguarda le tecnologie digitali, l’arte interattiva e la web art. Entro due anni verrà costruito un nuovo spazio di 8000 metri quadri che occuperà il piano interrato di una struttura gettante verso il fiume e sovrastante un grande molo per le barche. Quello che vogliamo creare non è solo un luogo fisico dove forme nuove e tradizionali di arte multimediale siamo esposte e fruite dal pubblico, ma una piattaforma per lo studio e lo scambio di esperienze nella ricerca in questo settore. OCAT sarà sia Kunsthalle che museo: stiamo iniziando l’acquisizione di lavori che possano essere significativi per capire l’evoluzione cui l’arte multimediale sta andando incontro e soprattutto rappresentino una riflessione critica sulla contemporaneità; verrà però lasciato anche uno spazio libero grande e aperto a qualsiasi tipo di intervento.

Santa Nastro

www.ocat.org.cn

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