Serie #2. Ritratto dell’artista come mendicante

In un recente editoriale, chiedevamo un gesto di responsabilità agli artisti. Ma che anche la loro situazione sia, per così dire, ambigua, lo pensa il nostro Matteo Innocenti. Che così le dedica la seconda puntata della sua rubrica… seriale.


David Hammons - Vendita di palle di neve (installazione a Cooper Square, New York) – 1983

David Hammons – Vendita di palle di neve (installazione a Cooper Square, New York) – 1983

“Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. Se il sommo poeta Alighieri, persino lui, dovette provare l’esperienza umiliante del bisogno forzoso, vale a dire lo stato di necessità per cause imposte più che determinate, non dovrebbe stupire l’odierno persistere del processo. Certo vi è una forte differenza storica e sociale rispetto all’antica situazione – allora si trattò di esilio, subìto da Dante non fatalmente considerata la sua implicazione in quello di altri – lo stesso la terzina ci è preziosa rispetto a ciò che si intende adesso porre in evidenza, per il coraggio dignitoso che la scaturì: l’artista in disapprovazione di quanto stava vivendo non solo ebbe la forza di riconoscere il danno, riuscì infine a trascenderlo in poesia.
La faccenda oggi è divenuta assai più sottile e ambigua; non si chiama battaglia politica né inimicizia dichiarata, non si vedono accusatori o profittatori manifesti, eppure volendo ritrarre l’artista italiano nella fase corrente ne vien fuori una figura che assomma in sé tutte le deficienze del precariato e del servilismo. E più sconcertante del fatto è che a esso non si fa cenno né da parte degli osservatori generici né, meno ragionevolmente, da parte di chi ci sta dentro; motivo particolare di quelle potenti anomalie che, una volta inoculate e messe radici, sussistono come abitudini entro un orizzonte di artificiosa normalità.

Vettor Pisani scrive sul muro della galleria Io sono un artista povero e famoso - febbraio 2011 - Galleria Limen 895 di Roma

Vettor Pisani scrive sul muro della galleria Io sono un artista povero e famoso – febbraio 2011 – Galleria Limen 895 di Roma

Pur escludendo il caso dei benestanti per patrimonio famigliare e dei velleitari, il cui progressivo aumento corrisponde alle condizioni in atto, tale si presenta la situazione: chi voglia praticare l’arte deve mendicare. Chiedere attenzione, consenso, denaro, protezione, in modo insistito fino al punto di ricevere qualcosa; e basterà poco per sentirsi soddisfatti, a causa delle difficoltà e dello sfinimento sopraggiunto. Questa dinamica, che all’apparenza sembra regolata da un normale rapporto di domanda e d’offerta, rivela invece patologie psicotiche, emergenti dall’esasperazione eccezionale delle sue manifestazioni.
La più evidente è tutta interna all’establishment. Lo status dei galleristi, dei curatori e degli speculatori – non conta qui riflettere sui motivi che hanno portato alla definizione attuale dei ruoli, basti sottolineare che il processo è scaturito dalla progressiva specializzazione delle arti visive, con la corresponsabilità di tutti gli attori – ha finito di rispondere a necessità concrete ed è mutata in mero esercizio di autorità nel momento della sostituzione, di tipo esclusivo, al gusto e al giudizio del pubblico.
In altri periodi gli artisti direttamente hanno avuto l’ardire, talvolta disperato, di proporre la propria diversità a tutti, pur sapendo che le reazioni almeno nell’immediato non sarebbero state positive. Questo slancio, oltre a rispondere al primario bisogno di una possibile accettazione da parte degli altri, originando grandi scontri restituiva una dose di eroismo anche in caso di sconfitta. Quando invece il confronto si è ristretto, appunto come adesso, la dimensione da battagliera si è fatta impiegatizia; ci si contenta della torbida provvidenza che il presente degli addetti ai lavori propone: il premio blasonato, un posto nella collettiva, la benedetta personale… ma sempre resta il sospetto di poter essere esclusi, con un grado di arbitrarietà identico a quello della concessione. Non è strano che in questo stato in cui l’autore come un cieco devoto rinuncia a ogni controllo, spesso anche sulla propria opera, non emergano opportunità di affrancamento. Chi allora farà notare alle figure poco fa citate di essere nate per avvicinare al gusto collettivo e invece, passando dalla mediazione all’autoreferenzialità, di avere aumentato al punto massimo la distanza di partenza? Quali artisti si riconosceranno protagonisti della propria abdicazione?

Marina Abramovich - Rhythm 0 – 1975 – Galleria Morra Napoli

Marina Abramovich – Rhythm 0 – 1975 – Galleria Morra Napoli

L’altra questione riguarda la società nel suo complesso. Durante il Rinascimento l’operare di alcune personalità eccezionali, in nome di manifeste abilità ha compiuto il passaggio della pittura, della scultura e dell’architettura alla dimensione liberale, definendo di conseguenza un nuovo valore dell’artefice. Molto dopo, negli sviluppi della civiltà industriale, il confronto ineludibile fra tecnica manuale e meccanica ha portato l’arte a dichiarare la superfluità della tecnica stessa, ovvero l’artista ha consapevolmente deciso di rinunciare al suo grande pregio, l’imitazione della natura – ciò che per secoli era valso come fattore comune di valutazione – per indicare a propria specificità l’interpretazione soggettiva ma condivisibile del reale.
Se tale scelta ha garantito sopravvivenza e libertà espressiva, purtroppo ha originato anche un altro effetto, la diffusione del senso di colpa: perché un sistema che mira alla continua espansione della produzione e dei consumi tratta chiunque tenti di sottrarsi ai suoi processi come elemento sovversivo da stigmatizzare e da umiliare. Ciò avviene almeno a un doppio livello. La società istituzionale permette che l’artista si affermi, se ne ha forza e talento, per poi ricondurlo a un contesto simile a quello rifiutato (ancora la speculazione economica attraverso le opere, i rapporti di vassallaggio, la ricerca isterica di nomi nuovi da bruciare in un periodo sempre più breve ecc.). La società dei cittadini, ormai assuefatta agli obblighi della democrazia nella sua versione demagogica e a tutte le paure della crisi, non potendo sopportare che qualcun altro sfugga alla catena di montaggio, nell’intimo giudica perlopiù inutili, idioti e irresponsabili gli artisti; gli affermati invece li preferisce pensare come entità astratte e venerabili, così da farne eccezioni piuttosto che alternative concrete.

Paul McCarthy, Grand Pop 1977, Los Angeles California, 1977, 1995 (stampa), © Paul McCarthy

Paul McCarthy, Grand Pop 1977, Los Angeles California, 1977, 1995 (stampa), © Paul McCarthy

L’insieme di tutti questi fattori ha fatto sì che alla prestazione artistica in sé, a meno che non vi sia una valutazione imposta, si dia un valore prossimo al nulla, cioè alla gratuità. Da notare che per ragioni attinenti ai diversi ambiti, ma non diverse nella sostanza, ciò ormai vale anche per le altre attività culturali, scrittura compresa. Non resta molto tempo prima che si compia del tutto la trasformazione e che l’artista divenga, ormai definitivamente, accattone o valletto: la nuova direzione da percorrere dovrà per forza comprendere ribellione, coraggio, umiltà e soprattutto autonomia.

Matteo Innocenti

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  • http://vincenzomerola.blogspot.it/ Vincenzo Merola

    Le prospettive di emancipazione dal sistema speculativo legato alla commercializzazione dei prodotti artistici (e culturali in genere) vanno inquadrate in due possibili scenari: deprofessionalizzazione o regolamentazione. Il primo è apocalittico, ovviamente. Il secondo passa per l’abbattimento del mercato chiuso e autoreferenziale oggi dominante. Per molti artisti l’allargamento del pubblico è una priorità, ma non lo è per tanti operatori, che preferiscono ottenere il miglior risultato con il minimo sforzo: basta vendere poche opere a collezionisti selezionati e a prezzi gonfiati. Lo sforzo corale di chi ha a cuore la diffusione di arte e cultura nella società dovrebbe andare in direzione contraria: controllo dei prezzi, legalità, trasparenza, fruizione allargata. Ma è un lavoraccio immane, che nessuno si accolla nell’Italia dei particolarismi: trionfano le logiche a breve termine e si continua ad arraffare finché si può. Il risultato è il tragico quadro delineato da Matteo Innocenti.

    • Giorgio

      Ottimo articolo e concordo con Merola, è necessario un pubblico più vasto del solito sistema a cui mendicare. Nel passato, dantesco o meno, era la normalità ma oggi non è più tollerabile continuare ad esercitare poteri che ostacolano la diffusione della cultura.

  • Angelov

    Ma la mamma, quando gli hai detto che avevi intenzioni di scappare da casa per fare l’artista, non ti ha detto niente? non ti ha dato nessun consiglio? non ti ha detto che sarebbe stato molto difficile?
    Accipicchia!…

    • http://www.exfabbricadellebambole.com rosy

      Ma perchè mai nell’immaginario collettivo deve persistere l’idea dell’artista come perdigiorno, sfaticato, illuso, sognatore e così via? Alla madre di un caro amico quando le chiedevano che lavoro facesse il figlio, alla risposta “è musicista” arrivava puntuale la risposta : “Sì, ok, ma cosa fa per vivere?”. L’artista, pur nella fortuna d’avere una marcia in più, è un professionista e come tale deve essere considerato e rispettato. Certo che dovrebbe essere il primo a difendere tale consapevolezza e crederci. Magari ci sarebbe un po’ più di modestia anche da parte degli artisti che, spesso, credono d’essere “unti dal Signore” e partecipano ad alimentare la fantasia di una diversità. Ma è una professione, privilegiata se vogliamo, ma sempre professione.

      • Angelov

        Il famoso musicista Philip Glass, dopo aver realizzato e finanziato un sua famosa opera, forse Einstein on the beach, ritornò a New York, e per cercare di sopravvivere fece il tassista per un certo periodo di tempo, per pagarsi i debiti, come disse lui. Ma non solo. Un giorno, il famoso critico Robert Hughes racconta, poichè gli si era rotto un rubinetto, chiamò l’idraulico, e quando aprì la porta, si trovò di fronte ancora Philip Glass, il quale oltre al tassista in quel periodo faceva anche saltuariamente l’idraulico, oltre che il traslocatore.
        E non è l’unico esempio di artista che rifiuta un finanziamento privato o pubblico, pur di tutelare la propria libertà e unicità creativa.

  • http://www.ellequadro.com Tiz Leopizzi

    Caro Matteo, aggiungo che abbiamo puntato da anni l’attenzione all’Artista della Committenza che è protagonista ad ARTOUR-O il MUST e ai MISA. L’idea portante infatti è stata quella di attualizzare, grazie all’apporto della figura dei Project Leaders, il rapporto con il Committente, da sempre attivo nei secoli e lasciami dire anche oggi molto vivace.
    Per questo è nato anche l’ARTOUR-O d’Argento, il riconoscimento per il Committente ma anche per l’Artista stesso. Tra i tanti ormai cito Il primo Giuliano Gori, Antonio Presti, Giorgio Marconi, Beatrice Grassi, recentemente a Luigi Bonotto e Massimo Cotto, e d’oro a Giuseppe Panza di Biumo, ma anche Marco Nereo Rotelli, Michelangelo Pistoletto ecc.. Inoltre ai focus durante la manifestazione, esperti e appassionati lanciano temi sempre interessanti raccolti da un pubblico molto attento e ricettivo: Quest’anno Santa Nastro, Cesare Feiffer, Natalie e Pietro Sartogo, Karim Amerfeiz, Giovanni Sighele, Luigi Zangheri . I MISA d’argento invece a Oscar Farinetti, Alessandra Oddi Baglioni, Umberto Risso, Aldo e Fiorella Grassi
    Per chi volesse saperne di più http://www.ellequadro.com. Grassi.
    Un saluto e grazie per questo importante spazio.

  • http://www.exfabbricadellebambole.com rosy

    Sono d’accordo con Vincenzo solo in Italia vige e persiste l’anarchia totale mentre all’estero la regolamentazione (e il rispetto di essa) è ormai assodata da decenni.
    Inoltre un’altro fattore in Italia è l’assistenzialismo, il 98% di tutti gli operatori, artisti, musei, etc. si rivolgono all’Istituzione per ricevere oboli e sovvenzioni (spesso per eventi di dubbia progettualità o validità artistica!) e non si vuol mischiare il valore d’arte con un “mercato”, come se il vil denaro (però da tutti agognato) fosse inquinante al valore artistico. All’estero le gallerie e i Musei, si sovvenzionano da soli, perchè sono aperti ad offrire al pubblico diversi servizi e intrattenimenti, dalla ristorazione (dal Pergamonmuseum al Museo dell’Home già negli anni ’80 di cui ricordo d’aver consumato un’ottima anatra all’arancia!) a eventi musica, conferenze, teatro, bookshop e molto altro che consentono d’avvicinare un vasto pubblico all’arte, in Italia ci si meraviglia perchè la gente non entra nelle gallerie e non frequenta i Musei con la stessa assiduità dei popoli esteri. Forse perchè da noi persiste l’idea del “sacrario”? O che solo i “benestanti” possono permetterselo? Si vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca ma ad ogni proposta di cambiamento si levano tutti gli scudi in difesa del proprio orticello e dei proprie privilegi, e anche gli artisti sono complici di questo sistema in cui l’arbitrarietà e il malcostume persistono.

  • calos

    Caro Matteo …mi sembra un autoritratto…!!

  • http://buonsens.blogspot.com CoDa

    L’artista deve innanzitutto essere sincero con se stesso (tutti noi sappiamo, al di là di quello che diciamo, se facciamo arte per noi o solo per farci accettare dagli altri). Se ciò porta ad essere remunerato, ben venga. Se invece nessuno apprezza i nostri lavori, noi dovremmo cmq essere felici perchè crediamo in quello che facciamo. E i soldi per vivere? basta trovare un lavoro qualunque. L’hanno fatto in tanti. Non parlo a vanvera, perchè io sono in questa seconda categoria.
    Ha ragione Angelov, la mamma o il papà avrebbe dovuto dirvelo…

    • blade runner

      ..”Concorsi seri e gratuiti”?? Quali, Caterina??
      Ti faccio presente che ho, si, partecipato alla Biennale di Palermo,e non ero appeso a nessun braccio di “Sgarbi”…(che tra l’altro, tramite lo stesso editore di Palermo ha chiesto quasi 5000 euro ad Artista, per essere presente con una foto nel suo prossimo libro…)! Il problema , è la assoluta mancanza di attenzione per gli Artisti emergenti, che rappresentano il vero business per Galleristi, Editori e pseudo-grandi critici…sono veramente disgustato..!

  • Caterina

    L’Artista deve essere considerato e rispettato, va bene, ma perchè, molti artisti, si ostinano a partecipare a concorsi ambigui, dove le cifre richieste vanno dai 300 euro, sino ad arrivare a cifre superiori? E, attenzione, concorsi nei quali c’è una selezione a pagamento, pochi di questi concorsi sono seri, la maggioranza è per far soldi sulla pelle degli artisti creduloni. Stessa cosa vale per le mostre in galleria, dove, naturalmente, a molti galleristi, non interessa il lavoro creativo e l’impegno a vendere le opere, piuttosto la figura di affitta-camere che chiede cifre esorbitanti.
    Dice bene chi parla di situazione famigliare benestante o di parallelo lavoro che dà reddito. Io sono per la figura dell’artista responsabile e indipendente, che non cede ai compromessi, che non accetta ambigui concorsi, che non si fa fotografare “appeso” al braccio di Sgarbi come fosse il premio più ambito – vedi Biennale di Palermo (fantastico l’articolo su Artribune in coccasione dell’”evento”) ed infiniti altri concorsi, che può divertirsi partecipando a concorsi seri e gratuiti e che non accetta la mostra a pagamento, posso comprendere contributi minimi in assoluto, se ci sono cataloghi ed altro…In questo panorama, si assiste, quando artisti, galleristi, mercanti, non sono onesti, ad una vera e propria “guerra tra poveri”, l’attuale.

  • http://www.whlr.blogspot.com whitehouse

    Io penso che l’artista mendicante sia utile e necessario. Se prendiamo i giovani artisti italiani esaltati dal sistema italia (1000 personali in 3 anni in italia) ci accorgiamo che tendono ad essere cristallizzati e bruciati. Nico Vascellari per esempio, reitera i medesimi codici fondendo il concertino punk ruffiano a codici dell’arte povera…ma anche Pistoeltto faceva happening molto simili negli anni 60…cosa farà Vascellari fra dieci anni? E fra 20? Diventerà Penone o Pistoletto?

    Il vero dramma è che l’artista vive in ragione delle relazioni e dei luoghi che lo scelgono, quindi oggi il centro dell’opera è drammaticamente spostato su luoghi e relazioni (e quindi curriculum vitae). Se raggi di sole, come relazioni tra punti, incontrano un luogo, avremo uno standard (vascellari, becheri, pistoletto), che è in realtà una sorta di vuoto. A mio parere si deve ripartire dal linguaggio, che è anche capacità critica, nuova progettualità, nuovo rapporto con il pubblico.

    …plays..
    varsavia, 2013.
    kremlino project
    http://whlr.blogspot.it/2011/12/blog-post.html

    • quenti

      e maurizio che fa ancora il ragazzino scombinato che in corso como si mette in mostra per le borghesotte milanesi, cosa fa…

      • Marco Lavagetto

        non fa niente!