In memoria di Andrea Di Marco

Un racconto in soggettiva, che celebra la figura di un grande pittore italiano, scomparso nella notte tra l’1 e il 2 novembre 2012, a Palermo, a soli 42 anni. L’esperienza di un lutto indicibile. L’omaggio alla pittura di Andrea Di Marco, alla sua storia, alla sua umanità, ai suoi luoghi e alla sua visione del mondo. Nel ricordo della morte e soprattutto della vita, insieme a una piccola comunità di artisti e di fratelli.

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Andrea Di Marco – Seduto – 2009

Di Andrea Di Marco ho amato tutto, subito. Un amore che è stato intesa immediata e che negli anni è cresciuto, diventando legame. Un amore di fratelli, di compagni d’avventura, autentico, tenero, intellettuale. Parlavamo moltissimo, io e Andrea. Quasi a fingere di scrivere pagine di letteratura, tra il suo studio polveroso, i soliti locali della Vucciria, le serate chiassose tra i musei e le gallerie, e quei nostri vagabondaggi inquieti, biografici quanto mentali. Parlavamo d’arte, soprattutto. Ed era passione, che bruciava tra le pupille e il petto, tra un whisky e una telefonata, tra catene di sogni sempre nuovi e quel retrogusto un filo bohémien, che non ci piaceva ma che ci abitava, nel profumo mortale di questa città.
Questo era Andrea, questa ero io, questi eravamo tutti noi, amici e fratelli nell’arte. E questa era la terra in cui volevamo restare, ossessionati dal senso di un’appartenenza di cui cercavamo il perché, come segugi fieramente randagi. Non andare via dalla Sicilia, da Palermo: un imperativo categorico, un amplesso mai concluso, una geografia religiosa scritta con la dedizione dell’esploratore. Noi volevamo capire: essere cosa, essere chi, essere figli prima che padri, essere fra la morte e l’amore, cultori di mitologie infuocate ed eredi di tradizioni infiacchite. E di tutto questo farne le spese, con l’infelicità e la gioia, con la precarietà e la concentrazione, col desiderio e l’abbandono. Stare in un luogo per diventare luogo, noi stessi.

La scuola di Palermo al completo: Andrea Di Marco, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan, Francesco De Grandi – Inaugurazione Palermo Blues, Cantieri Culturali alla Zisa, estate 2001

Andrea è morto la notte del 1 novembre. Aveva 42 anni ma sembrava un ragazzino. Sono arrivata in quella casa, alle 3 di quella notte sbagiata, che lui era già spirato, da un paio d’ore almeno. Un viaggio in macchina, ipnotico e furioso, come se stessi sfrecciando contromano nel mezzo di un sogno: correre forte per arrivare al risveglio. Ma risveglio non fu. Andrea era morto davvero.
Lo abbiamo vegliato fino alla sera successiva, senza fermare le lacrime, quasi che il buio ci fosse franato addosso. La piccola famiglia dell’arte si vestiva a lutto. Colpita al cuore, come nel più atroce dei film.
E in quella notte sbiadita, che aveva l’aura di una pellicola tragicamente surreale, io mi spostavo dal letto di Andrea al divano in soggiorno, facendo esercizi di coscienza ed attenzione: non scambiare l’incubo con la verità, non arrendersi alla stretta del sogno, distinguere la realtà dall’immaginazione. La vista del cadavere serviva a poco. Quello non era Andrea, quella non ero io.
E nel tumulto di sensazioni opache, nel vivo di un dolore che prendeva lo stomaco, facendosi beffa della ragione, continuavo a  vedere scorrere – dall’occhio destro a quello sinistro, come in un lungo piano sequenza – tutta la pittura di Andrea. I suoi quadri sono stati, assieme alla sua faccia pallida e fredda, la mia ossessione notturna. Li vedevo tutti, alcuni in particolare, mi passavano davanti come se fossi io sul punto di morire; e anziché ricordarmi in un flash della mia vita, mi ricordavo di lei, della pittura di Andrea. Lui moriva in me, mentre io resistevo in lui, scambiandoci i tempi ed i ruoli. Passaggi di immagini: tra me, in piedi e con la testa troppo calda, e lui, disteso, ormai abituatosi al gelo.
Io e Andrea ci siamo parlati quella notte. E se non è stato un fatto di anime e di resurrezione, è stato un fatto di pittura. Che poi, in fondo, è un po’ la stessa cosa.

Andrea Di Marco – Sebastiano

Andrea Di Marco è un pittore con una cifra personalissima, inconfondibile. È uno che non ha avuto paura di mandare a quel paese le mode, i cliché, le regole e i rituali compiacenti del sistema. Non si poneva nemmeno il problema. Studiare, mettersi in gioco, forzare il limite della propria pittura, sempre; ma solo per raggiungere un presente che fosse contemporaneo davvero. Ché la parola  “contemporaneo”, per uno come Andrea, significava l’esatto contrario della parola “trendy”. Siamo davvero contemporanei? Ce lo siamo chiesto tante volte: io come lui, Francesco de Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan, i ragazzi di quella “Scuola di Palermo”, battezzati dal “blues” di una prima collettiva importante, ai Cantieri Culturali alla Zisa, undici anni fa.
Bazan, per esempio, chiamò la sua recente mostra alla Gam “Moderna” e volle un catalogo tutto in bianco e nero. Nostalgico? No, ironico. Come sempre. Siamo tutti moderni, fuori dal postmoderno per non esserci mai entrati davvero. Un discorso delicato. Che forse si riassume così: non esiste attualità senza autenticità, non esiste libertà senza identità, non c’è presente senza radici. Nessuna rivolta senza il gusto della storia.
Andrea Di Marco, affezionato al colorismo ottocentesco del maestro Francesco Lojacono, mi ha spesso riportato alla mente anche Giorgio Morandi. Quei barattoli e quelle bottiglie, categoricamente contemporanei, annegavano nel silenzio lattiginoso di una tradizione nobile, docilmente aperta al mutare dei tempi. Niente chiasso, niente clamore, niente mode né proclami. Nel rigore di uno studiolo, in una quieta Bologna mai tradita, quell’uomo scriveva una pagina di storia della pittura italiana. Senza emuli, senza doppioni, senza mercanti né padroni.

Andrea Di Marco, Mostra alla Gam

Andrea era così. Uguale. Nel suo studio di via Gemmellaro, diviso con l’amico fraterno Francesco, coltivava il suo sogno discreto, tanto febbrile quanto sobrio.  Essere un pittore, italiano e siciliano, semplicemente figurativo. Essere pittore della crisi, in un tempo di macerie e disorientamenti, con la voglia di contrapporre all’iconoclastia del concetto e al fantasma della cosa, la certezza di una tradizione, l’approdo di un’immagine concreta. Il punto? Creare un aggancio solido al mondo, senza che fosse verismo, realismo, lettura sociale; una meditazione incompiuta che lasciasse avanzare, lungo i contorni di luoghi ed oggetti, quel senso profondo dell’essere uomini, comuni e mortali.
Immaginarsi, allora, come una comunità che viene, mai trascendente, mai assoluta, offerta alle molte latitudini e alla storia. Eppure armonica, coesa.
Nel movimento luminoso e denso del colore si compiva un percorso accidentato, fatto di ancoraggi ed aperture, di mutazioni e resistenze, di contaminazioni e identità, di giovani macerie ed orizzonti perenni. Incastri, tra la salvezza e il destino.
Questa era la vita, per Andrea. E questa è oggi la sua pittura: tattile, corposa, lucida. Un mucchio di oggetti muti, messi in parentesi, fermi, senza presente né futuro, senza funzione né voce, derubati di ogni presenza umana e di ogni narrazione: barche capovolte e dormienti, stazioni di rifornimento abbandonate, statue equestri nel trionfo di piazze nordiche, camion solitari, saracinesche chiuse, tendoni di strada calati come drappi preziosi, giostre immobili che non girano più, sedie austere e sbilenche su cui nessuno si è seduto mai e mai si siederà.
Pretesti. Utili a rintracciare lo schema invisibile del creato, ipotizzando il suo passaggio in visione.

Andrea Di Marco – Scala santa – 2009

Quello di Andrea Di Marco è un catalogo visivo sospeso tra antropologia e spiritualità, tra logica e sentimento, nel tentativo di intravedere, sotto le pelle del mondo, sentieri che unissero prosa, poesia e concetto. Geometrie dello spirito, forme esatte scolpite nella materia povera del mondo e tramutate, sottovoce, in icona.
Di quel sabato mattina, di fronte alla chiesetta di Santa Susanna, ricorderò soprattutto il sole. Un sole d’autunno, nel mese dei morti e dei santi, a investire la folla in attesa del definitivo commiato. Il cielo era sgombro, di un azzurro insolente; e il sole caldissimo, fuori stagione. Un mattino allegro, come allegro sempre era Andrea.
E così mi ricorderò di lui, cercandolo ancora dove il sole si farà sfacciato, nei mattini a venire e in quelli da desiderare, nei vicoli di Palermo e nelle luci gialle. E cercherò quell’eco squillante di risata, nel baccano del centro storico, nelle discussioni accese degli amici, negli opening affollati, nei vecchi palazzi coi soffitti affrescati, tra le periferie e le distese di sabbia, tra i cani sgualciti e sporchi, come camicie stese al puzzo di “stigghiole”, tra scie umide di gelsomino.
E di nuovo lo cercherò, nelle chiacchiere spese sui marciapiedi o negli appartamenti, dove si parlerà di arte e poi di arte ancora, di politica e di sogni stanchi, di sfide e di rivolte. E della nostra guerra di pazzi e di perdenti. Quando forse i vincenti eravamo noi, con in testa l’utopia della vittoria, noi che puntavamo a un’imprecisata gioia, con tutta quell’umanità che straripava.

Andrea Di Marco e Alessandro Pinto

Tutti quanti noi, combattenti a intermittenza, senza ambizioni a parte l’amore, senza corse fasulle, senza carriere alla porta, senza brame di trofei. Spesso in trincea, affamati e discreti, con la nostra preghiera da scandire: lavorare per scoperchiare un pezzetto d’infinito, per prenderci uno sputo di verità, per avvicinarci al cielo. Noi, che resteremo dove tu eri voluto rimanere. A dedicarti nuovi fallimenti e conquiste sincere, a raccontare di te, a renderti omaggio.
E non saremo soli, Andrea, nemmeno in questo gelo finale. La luce è la stessa che avevi immaginato tu: tersa, viva, celeste, mediterranea, luce di contrasti e di vette gioiose. Luce alta, a vegliare su di noi pure quando sarà sera. Luce di lavoro, di alba e di pittura. E così, nei tuoi neri barocchi, nei tuoi bianchi di neve, nei blu purissimi, nei rosa cipriati e a volte squillanti, negli azzurri di polvere e pioggia, nei grigi di fango e di nebbia, nei gialli di grano e d’aurora, nei marroni mesti come vecchi cappotti, nei bruni screziati di porpora, come foglie morenti: qui ti cercherò e ti celebrerò, qui troverò il timbro e la voce per dire chi sei. Indimenticabile stella, nei cieli del ricordo e della letteratura.

Helga Marsala

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  • Angela Viola

    Una bellissima immagine….che ne genera altre sconosciute per me che non ho mai conosciuto Andrea se non attraverso i suoi quadri. Grazie Helga. Un abbraccio fortissimo, anche se lontano.

  • alessandra

    Helga…. grazie, di averci dato modo di conoscerlo…

  • Patricia Howie

    Uno scritto bellissimo, struggente, amichevole, pieno di poesia, ricordi , arte e amore. Grazie!

  • sergio tossi

    Starà nel paradiso degli artisti.

  • Angelov

    Avevo un’amica, più giovane di me, che un giorno si ammalò e pochi mesi dopo mi lasciò. Telefonai per dare la notizia al medico che l’aveva avuta in cura, e gli dissi che si trattava della perdita di una persona per me molto importante. Lui mi fece le sue condoglianze dicendomi che anche io ero stato molto importante nella vita della mia amica. La crescita umana purtroppo passa anche attraverso queste esperienze.

  • Roberta

    Ti ringrazio per aver dato forma e luce a ciò che in noi è apparso sfocato, confuso eppure terribilmente doloroso.
    Una tragica bellezza.

  • Antonella Amorelli

    Grazie Helga per aver descritto mirabilmente il “mondo palermitano di Andrea” e Andrea, che ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere.
    Andrea, grande pittore, uomo mite, tenero, dolce e determinato allo stesso tempo ci lascerai un grande vuoto e non credo che ti potremmo mai dimenticare.
    Tu e la tua pittura dentro di noi per sempre.

  • dust

    Per questo PITTORE, vale la pena di citare il Requiem di Moravia per Pasolini: “è morto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti”. Possa accoglierlo la luce di cui è stato così generoso

  • Non conoscevo Andrea. Ma una grande e profonda anima come quella di Helga me lo ha permesso, anche se in ritardo. Un racconto intimo e intimista che mi ha commosso.

  • Lorenzo Marras

    Il dipinto della sedia che apre l’articolo è meraviglioso.
    Questo ragazzo non morira’ mai , lui e quei bianchi ci saranno sempre.

    Oggi ho avuto una meritata lezione.

  • Eva

    ho troppo pudore a dire pubblicamente l’effetto che mi ha fatto a livello emotivo la scomparsa di Andrea, che non conoscevo come persona, ma solo come artista magnifico (ci hai presentato tu alla Gam a marzo). soffro con tutti voi che lo avete conosciuto e quindi amato tanto, ma un passo indietro per rispetto dovuto. sono sicura che la sua pazza famiglia di artisti, usando ogni forma d’arte possibile, gli renderà sempre omaggio e onore e mi auguro che, sebbene sia stato un pittore fortunato anche in vita, lo sia anche di più adesso e che il suo nome e la sua opera siano storia dell’arte, nei libri. <3

  • tiziana

    conoscere Andrea è stata una fortuna. E per fortuna l’ho sempre saputo. Lo sapevo ogni volta che mi parlava, ogni volta che mi abbracciava, ogni volta che avevo davanti un suo quadro. “Le tue cose sono preziose” ..le sue parole, i suoi sorrisi, la sua pittura. Per fortuna gliel’ho detto, glielo dicevo sempre.. E lui sempre diceva “Grazie”..
    Oggi cammino per Palermo, e vedo i suoi quadri ovunque…

    Ciao Maestro
    Ciao Andrea
    Ciao Zio♥

  • alessandro

    bellissimi quadri ….. Andrea è un artista che sa far parlare le sue opere, cosi piene di luce, la stessa luce che illumina la nostra terra, amo in particolare il quadro con una scala appoggiata vicino a quel muro bianco, vedere aldilà del muro che circonda il cortile di casa nostra, è un invito a salirci sopra, per vedere oltre al muro delle nostre convinzioni, un modo per aprirsi al mondo ….
    Gli artisti come Andrea non muoiono mai perchè vivono in eterno nelle loro opere ..
    Alessandro

  • giovanni frangi

    bellissimo ricordo !

  • luca verdi

    sono stupito ed esterefatto per la pittura di Andrea Di Marco. Sono esterefatto perchè questo artista meritava molto di più dal sistemaino buono dell’arte italiana. Il coraggio di vedere le cose come sono, senza una poesia stucchevole e pretestuosa ma con la consapevolezza della tela. Senza offrire stampelle alla pittura come le situazioni d’opera di roccasalva o del giovanissimo frigo. Perchè chi cerca stampelle fuori dalla pittura in fondo non sa dipingere e non crede nella pittura. Sono molto arrabbiato per questo, per aver conosciuto questo artista solo per via della disgrazia che lo ha colpito. Sono indignato ed arrabbiato.

  • Valentina

    Cara Helga, io sono la sorella di Andrea e ti ringrazio per le belle parole che hai scritto. Nella valanga di affetto che pero’ sta travolgendo Andrea in questi giorni, non possiamo non notare che NESSUNO di voi, membri di quella che chiamate “famiglia”, ha avuto una sola parola di riguardo per la SUA VERA famiglia, cioè NOI. Andrea era cosi perche’ è cresciuto con NOI: l’amore che sapeva dare era solo espressione di quello che ha ricevuto da tutti noi dal giorno in cui è nato. Lo abbiamo capito subito, NOI, che lui era speciale e abbiamo sempre lasciato che si esprimesse secondo il suo cuore. Apprezziamo tutto il vostro affetto, ma vi pregherei di parlare di lui come amico e grande artista quale era e lasciare il suo posto nella sua vera famiglia, dove il dolore che si prova non è neanche immaginabile a chi ne sta al di fuori. Grazie.

    • Marzia Messina

      Andrea era un Artista.
      Andrea era un Uomo.
      Andrea era garbato e gentile.
      Andrea era Andrea e Andrea Di Marco al contempo.
      Andrea sapeva amare.
      Andrea sapeva farsi amare.
      Andrea sapeva e voleva rinnovarsi.
      Andrea sapeva proteggersi dal cattivo gusto.
      Andrea sapeva dire, sempre col sorriso: questo non mi piace!
      Andrea viveva di arte, di famiglia, d’ideali, di progetti, di lealtà.
      Andrea dipingeva al buio per donare a noi e a se stesso la luce.
      Andrea era felice.
      Andrea aveva ben chiaro cosa voleva e chi voleva avere accanto per il resto della sua vita, ovvero Voi: familiari: padre, madre, fratello, sorella, cognati, nipoti, zii, cugini, Sak (la sua gatta), ….
      Amici del mondo dell’arte ma non solo, amici del “suo quartiere” (la meravigliosa famiglia Gueci in particolare) che spesso attendevano un suo caloroso sorriso, una sua battuta, per proseguire, con più positività e leggerezza, il resto della giornata.
      Il suo fruttivendolo, il suo macellaio, quelli del bar Kaos, il suo bar di quartiere,
      quelli del bar vicino al suo studio, il suo secondo bar.
      C’erano tutti!
      Amici di ora e di sempre, vicini e lontani: Francesco De Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Pinto, Alessandro Bazan, Mario Consiglio, Aldo Chiappone e tanti altri ancora (non potrei nominarli tutti, non sarei in grado).

      Grazie Valentina e alla famiglia Di Marco per averlo amato così.

      Grazie al Prof. Gian Ruggero Manzoni e sono certa non il solo, tra i docenti, per avere creduto in lui.
      Grazie alle “parole” di Giusi Diana.
      Grazie ai racconti in privato di Pier Paolo Raffa.
      Grazie Alessandro Pinto per avermi reso partecipe del racconto da cui la denominazione “Zio” e alla tua compostezza di questi giorni e a quello che continua a fare. Merito dello Zio?(!)
      Grazie ai miei amici che non mi lasciano mai sola.

      Grazie a Patrizia Filizzola e ad Alessandro Pinto, loro sanno perchè.

      Grazie Andrea per avermi amata.

    • Cara Valentina,

      le belle lettere che ci stiamo scambiando sono per me un sollievo, una gioia e un motivo di vera commozione. So qualcosa di più di Andrea, adesso, attraverso di te, sorella legata a lui da infinita tenerezza, e donna forte, con il senso di quell’umanità speciale che aveva lui.
      Le tensioni nel dolore sono naturali, e le debolezze e le fragilità ci fanno grandi, nella capacità che abbiamo di viverle e di comprenderle, tramutandole in canali: verso gli altri, verso il mondo, verso noi stessi.
      La cosa più incredibile della morte è che spesso, per paradosso, riesce a generare un surplus di amore, in coloro che restano. E per un artista vero, come lo era Andrea, tutto questo si amplifica e si proietta, naturalmente, verso l’eternità. Non ci perdiamo. Ti abbraccio… E grazie di cuore.

  • vincenzo

    la morte di Andrea ha chiuso un epoca per l’arte a Palermo, niente sarà più come prima, si è persa un occasione, si è perso un protagonista grandioso, le sinergie ed i circuiti saltano, gli anni passano, la sua pittura tutta, dagli inizi, al proiettore, era un ponte tra due generazioni, questo ponte è saltato e le grandi saccenti gallerie italiane, le cosiddette fighe, si sono lasciate scappare questa occasione, questo pittore eccezionale, di lui resta un testamento di opere e di emozioni, ci ha donato a tutti qualcosa Andrea, restituiamo il dovuto ricordandolo come lui avrebbe preferito, cioè come un grande pittore, maestro dei pomeriggi assolati e pigri e proviamo a ripartire da zero tutti quanti, sarà il tempo ed il caso a stabilire se saremo assieme o da soli.

    addio capo!

  • fra

    In modo assolutamente incredibile vengo a conoscenza solo ora, che la morte di questo bravissimo artista,mi colpisce da piu’ vicino di quanto pensassi.
    Mio padre conosce suo padre da almeno un trentennio e gli è davvero amico.Una amicizia reale,che non ha mai visto frequentazione assidua pero’;circoscritta ad un loro preciso spazio dentro il quale si scambiano pensieri e confidenze.
    Conosco personalmente anche io il sig Di Marco e suo figlio Giampaolo;persone di rara educazione e raffinatezza.Non abbiamo conosciuto Andrea e pur sapendo si occupasse di pittura , al momento della sua morte non associammo subito la vicenda alla famiglia Di Marco.
    In questo momento siamo addolorati di questa non immediata associazione e ci stringiamo all’intera famiglia Di Marco,con tutto l’affetto di cui capaci.
    Pur non conoscendola Valentina anche a lei,tutta la nostra vicinanza

  • mariagrazia pontorno

    Grazie Helga per questo omaggio e grazie Andrea per aver raccontato Palermo com’è.

  • antonio micciché

    Per me che sono distante, che non ho avuto la possibilità di condividere con gli amici, miei e di Andrea, il dolore per la perdita di un amico e il dispiacere per la perdita di uno tra i più bravi artisti presenti nella scena “contemporanea”, parole come queste che mettono in risalto le qualità umane e quelle artistiche, non possono che avere un effetto lenitivo e consolatorio. Grazie Helga, un abbraccio.

  • Francesca

    Mi associo al pensiero di Valentina Di Marco, perché ho avuto spontaneamente lo stesso pensiero leggendo i vari commenti che si sono susseguiti sul web da alcuni giorni a questa parte. Avrei preferito non leggere nell’articolo un senso di compiacimento letterale e l’apologetica centralità dell’autore.

    • Angelov

      Il suo commento pecca di superficialità; meglio se ne fosse astenuta dal farlo.

      • Valentina

        Se tale Angelov si riferisce al mio di commento (ma spero vivamente di no), gli pregherei di astenersi dal fare commenti su cose che non lo riguardano affatto, perche’ gia’ questa sua osservazione e’ segno di mancanza di rispetto per il dolore degli altri. Ma sicuramente non sara’ stato mai niente nella vita di Andrea…

        • Angelov

          Mi riferivo ad un commento di tale Francesca la quale giudicava i commenti intorno alla scomparsa di una persona, da un punto di vista “letterario”.
          Il mio commento invece lasciato all’inizio, si riferiva ad una esperienza analoga da me vissuta, e dove sottolineavo che per coloro che sopravvivono ai propri cari, spesso sfugge quanto loro stessi siano stati molto importanti, nel suo caso, quanto lei lo fosse stata per suo fratello. Le porgo le mie scuse comunque, per il malinteso, e le mie forse tardive condoglianze.

  • Alfonso Leto

    Prima ancora di conoscere Andrea, sette anni fa, avevo visto alcuni suoi quadri quì e la, prima sul web, poi dal vero, senza la presenza dell’autore o qualcuno che me ne parlasse, e mi avevano subito incuriosito e trasmesso il senso ineffabile dell’inattualità, quel ” sesto senso” che piace tanto a me e che vado inseguendo a modo mio da tempo: quel riscattarsi dall’ansia delle mode e assumere un tempo proprio, una propria clessidra emozionale ed estetica. Eppure avevo capito subito, non conoscendolo, che quella pittura, tuttavia, nonostante le apparenze di un gesto maturo e controllato, era di un ragazzo, perchè c’era il battito e l’adrenalina di un ragazzo in quei paesaggi, non di un vecchio maestro.
    Mi piacque subito, questo “macchiaiolo” talentuoso, questo “scapiglato” postromantico, intento a rovistare nel paesaggio della “Dopostoria”, come lo avrebbe chiamato Pasolini, in quella poesia che tanto si attaglia ad Andrea: «Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi dimenticati (…)»; Andrea, che era riuscito ad isolare il germe metafisico della Palermo di scarto, che per l’effetto salvifico della mano prodigiosa del Pittore si trasforma in un gigantesco, articolato, mutevole paesaggio glicemico, in cui ogni colore ha la fragranza perpetua delle paste zuccherose di titanio, delle creme gialle di cadmio e le marmellate d’ocra, gli speziati bruni terrosi e gli azzoli improvvisi di un cobaltro impertinente che sa dove deve andare e sbattere in faccia al mondo la sua aristocrazia innata.
    Eppure. questa “pasticceria” bene organizzata, Andrea, l’apparecchiava come un gran cuoco della gioia su un mondo triste e silente, fatto di cose, case, nature ed oggetti, di un ideale limbo sospeso, che già in qualche modo erano stati devastati o abbandonati dall’uomo che, come possiamo vedere, non abita mai fisicamente questi frammenti di mondo governati dal greve tempo di un aldilà del quotidiano, perchè lo sguardo di Andrea quì è Padrone assoluto di ogni cattura e di ogni “prelievo” che, indisturbato, coglie l’anima struggente delle cose e ce la restituisce ancora con il cuore palpitante e con la sua voce che sembra dirci: “-amici, ho colto questo frammento di mondo terrestre per voi, che siete troppo intenti a guardare oltre senza oltrepassare il corpo stesso della visione. Ecco, lo faccio io per tutti voi, mi assumo io questa vertenza poetica,-“. Ho sempre avvertito così gli ultrasuoni della pittura di Andrea: sia come un “sacrificio” estetico personale, consumato quasi a dispetto dei riti contemporanei e temporanei delle mode, sia come una gioia per gli altri, una sorte di croce e delizia del Pittore: così come forse la pittura quella autentica è per tutti i pittori degni di questo nome.
    Nel 2006, ci conoscemmo e ci dichiarammo la stima artistica reciproca che avevamo “coltivato” a distanza: io vedendo i suoi lavori, lui i miei. Eravamo da Antonio Presti, ospiti nella mostra a Castelbuono “Meridiani/Paralleli” curata da Marina Giordano, insieme a tanti altri giovani artisti (io forse in quel contesto ero il più anziano), e l’amicizia e la simpatia umana scattarono immediatamente e proseguirono nel tempo, in tente altre bellissime occasioni che erano sempre preparate dall’arte e dalla nostra vita di artisti. Il suo senso dell’umorismo, poi, era fanciullesco, contagioso: era un piacere parlare con lui.
    Circa due anni fa gli comunicai una mia idea di riunire un gruppo di artisti bravi per misurarsi con la particolare categoria del kitsch e l’avremmo chiamata “Kitshc’è c’è”. Titolo che lo aveva divertito parecchio, con la promessa che ci saremmo dedicati a questa idea. Recentemente, l’ultima volta che ho avuto il piacere d’incontrarlo, proprio il 13 ottobre, con quel suo dolce tono amichevole, si rammaricò, come se mi avesse fatto un torto, di non avere avuto il tempo di dedicarsi a quel progetto che tanto lo stuzzicava; e io, che pensavo l’avesse dimenticato, gli risposi, “Vabbè, c’è tempo, la faremo prima o poi”. Come immaginare che il tempo, il tempo dei viventi, non sarebbe stato dalla sua parte? Lui che ogni volta che ti abbracciava sembrava ti rendesse un po della sua vitalità esuberante.
    Sentivo il suo affetto, la sua stima, che non mancavo di corrispondere perchè quell’amicizia era innanzitutto gioia. Quando facevo una mostra a Palermo l’aspettavo, tra quei testimoni di cui si attende di vedere lo sguardo che si posa sulla tua pittura: lo sguardo di uno che ne capisce e sa leggerla nella sua intimità. E lui ne era capace.
    Quando ho visto la sua grande e ricca mostra alla GAM gli scrissi, poi, in privato, un messaggio, che lo aveva tanto emozionato e per il quale mi aveva risposto con parole di puro affetto, in cui dicevo che la sua pittura era la più “siciliana” delle pitture esistenti oggi, se non consideriamo la Sicilia come confine, bensì come un luogo ultrageografico dalle proiezioni storiche e culturali continentali. In Germania lo avevano capito: me lo aveva detto proprio pochi giorni fa quando, con quell’orgoglio trattenuto dalla misura che metteva in tutte le sue cose, mi raccontò che lui, insieme ai suoi amici della storica “band” della pittura palermitana (Alessandro, Francesco, Fulvio) riceveranno presto un prestigioso premio: riceveranno, si, perché quel giorno ci sarà anche lui, rappresentato dall’unicità del suo lavoro a dare forza agli altri che dovranno sopportare il peso della sua assenza.
    Ai loro amici più fraterni, quelli con i quali lui s’è cresciuto, e ai quali rivolgo il mio più affettuoso pensiero, dico solo che sarà vero che l’artista, la sua vita, sono solo un incidente rispetto alla sua più durevole opera. Lo dico a loro, lo dico a me stesso. O forse, come diceva Cesare Sermenghi, un vecchio poeta che mi ha allevato in gioventù: “ci sono candele che ardono e si consumano più in fretta per far luce sul sentiero di chi rimane”. Sarà come sarà, ma io penso che, a tutt’oggi, nessun pensiero consolatorio più o meno nobile sia bastevole a restituirci Andrea.
    Quando l’ho visto immobile, sul letto, affiancato dal suo gatto che vegliava dolcemente, ostinato, le sue spoglie mortali, rendendo la visione più struggente, m’è sembrato tutto così irreale, che persino il suo volto non mi sembrava più il suo, non perché non fosse sereno nella trasfigurazione della morte, ma perché mi sembrò quello di un altro, di uno sconosciuto di uno stuntman che si era prestato a sostenete quel tetro ruolo. Una fuliggine sottilissima si era posata su di lui. La faccia della morte e quella di Andrea mi parevano “non sovrapponibili”. Eppure era così. E così e non possiamo farci nulla.
    Dunque, ciascuno si metta in salvo come meglio può.
    Se è vero che in fondo nessuno muore mai veramente, se i viventi ne accompagnano la memoria con il loro affetto e la loro gratitudine, penso che Andrea sarà duro a morire veramente.
    Per il resto non sappiamo null’altro. Come diceva quel Silesius in quella sua sorta di poema misterico della vita e della morte: « Dov’è la mia dimora? Dove non stiamo noi. / Dov’è il mio fine ultimo, al quale devo muovere? / Laddove nulla c’è. E dove allora volgermi? / Oltrepassando Dio in un deserto andare. »
    Alfonso Leto
    10. Novembre 2012

    • Roberta

      Grazie Alfonso.

      • Marzia Messina

        Grazie Alfonso Leto.

    • Rosellina

      Grazie Alfonso,
      le sue parole sono un conforto e un’ulteriore certezza…
      molti “sentieri” saranno illuminati dalla luce di Andrea, molti, proprio molti, perchè come è stato detto in maniera semplice ma autentica da uno dei tanti che era lì, davanti alla sua bara, incredulo, “chi ha conosciuto Andrea, ce l’ha di proprietà”

  • Avevo voglia di dire qualcosina in merito alla figura di Andrea.
    Helga, con il suo scritto, me ne da occasione.
    Ci siamo conosciuti durante una collettiva a Siracusa, una mostra che riuniva diversi artisti siciliani che lavorassero con il medim della pittura.
    Un’occasione di festa, diciamo, dove la conversazione è piacevole ed il clima amichevole.
    Andrea mi raccontava di alcune sue piccole situazioni vissute a Palermo, con frasi brevi, poche parole azzeccate in grado di lasciarmi figurare bene la scena con – in evidenza – i pochi dettagli sottolineati dalle sue parole.

    Capisco adesso che quel modo di raccontare somiglia tanto ai suoi quadri: c’è la descrizione di un certo dettaglio ma c’è anche spazio per l’immaginazione di chi guarda.
    E riflettendo mi accorgo che quello spazio che Andrea lasciava allo spettatore, senza soffocarlo, è un grande valore.

    A parte le scene raffigurate, una cosa mi lasciava un pò stupefatto davanti ai suoi quadri, una certa crudezza delle pennellate, o spatolate.
    L’attrazione per la scena rappresentata ed un vago fastidio che provavo sulla “crudezza” della pittura erano gli elementi che più mi facevano pensare al suo lavoro.
    Qui Giunge una mia riflessione: perchè non c’è mai stata occasione di un confronto più diretto con Andrea?

    Intendo dire che spesso, a parte una cerchia più o meno ristretta di amici, gli artisti lavorano in modo abbastanza isolato.

    Mi domando se si sia fatto abbastanza per suscitare un dibattito sulla pittura, ad esempio, a 360 gradi, ascoltando gli artisti, facendoli parlare, osservando meglio il loro lavoro, creando le occasioni di incontro che non siano solo le inaugurazioni delle mostre!

    La scomparsa di Andrea, come già qualcuno ha giustamente accennato, dovrebbe farci riflettere sul nostro atteggiamento nei confronti degli altri e delle cose, dovrebbe forse farci essere più aperti all’ascolto e disponibili. Accoglienti. filippo la vaccara

  • N.S.

    Ho avuto la grande fortuna di conoscere Andrea fin dalla sua tenera età di 7 anni, essendo un Amico del fratello Giampaolo ho frequentato casa loro ( quasi ) giornalmente per parecchi anni ,notando giorno dopo giorno come Andrea veniva protetto e circondato d’Amore Affetto e Serenità da parte dei suoi genitori e dai suoi fratelli Giampaolo e Valentina , sentimenti che a Sua volta ha saputo trasmettere a tantissime persone che ha conosciuto, per cui se abbiamo avuto il Privilegio di aver conosciuto una GRANDE persona, un GRANDE Artista, un grazie particolare credo che vada anche a GF. L. GP. e V. DI Marco, famiglia di grandi e sani principi morali.

  • concetta modica

    davvero toccanti e commoventi e poetiche queste parole, un saluto anche da parte mia, ciao Andrea

  • Emidio De Albentiis

    Gentile Helga, un articolo non solo commovente e pieno di autentico pathos per un amico artista che le era e le è immensamente caro, ma un’analisi critica finissima: mi ha consentito di conoscere, almeno con la forza persuasiva e partecipata delle Sue parole, la pittura di Andrea Di Marco (pittura che spero di poter vedere quanto prima di persona), e La ringrazio molto per questo. Non so se è una sensazione corretta, ma ho l’impressione che Andrea, oltre alla dimensione morandiana così ben evocata dal Suo scritto, avesse dentro alcuni echi, tutt’altro che secondari, del tempo sospeso caro ad Hopper. Un saluto dall’Umbria, con autentica stima

  • Ho letto tutto con molta attenzione, e mi si è aperto il cuore rimanendo felicemente impressionato nel costatare quanto amore può avere intorno a se un artista, io spero solo che Andrea che non ho mai conosciuto possa lì dove è ora accorgersi di tutto questo, ma quello che spero ancora di più è che lui abbia potuto godere in vita di tutto quest’amore e stima e ammirazione nei suoi riguardi.

  • pittrice amatoriale

    Grandissimo pittore,come pochi..sempre molto apprezzato e mi dispiace tantissimo.
    Tanto amore e tanti tributi,lo rendono ancora piu’ speciale.
    http://www.youtube.com/watch?v=LNZPTyzxQcw
    Beccato ieri sera,navigando.
    Io spero di farlo su tela.
    RIP

  • rob

    Bravissimo davvero.