Occupy Hirst e la fenomenologia della coglion’arte

Ho deciso. Julian Spalding mi piace proprio. Basta sentirlo parlare sul suo sito per convincersene: oltre a essere un signore veramente distinto, ha una bella dose d’ironia, verve e anche coraggio che non può che renderlo simpatico.


Damien Hirst – The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living – 1991

Come si fa a non parteggiare per Julian Spalding? Dopo aver scritto un articolo di fuoco, apparso sul Mail on Sunday e poi ripreso dall’Independent, contro l’onnipotente Damien Hirst, proprio alla vigilia della megapersonale alla Tate Modern, a Spalding è stato impedito di partecipare alla conferenza stampa sulla mostra, e si è visto elegantemente sbarrare la porta (come riporta lui stesso sul sito del Daily Mail, 7 aprile 2012). “È uno scandalo”, ha ribadito Spalding. “I responsabili della Tate non mi hanno permesso di entrare perché ho punti di vista diversi. Sono stato direttore di musei, ho scritto libri, sono una figura di riferimento internazionale nel campo dell’arte. La Tate dovrebbe incoraggiare il dibattito sull’arte, non affossarlo”.
Il motivo di tutta la polemica sta nel fatto che Spalding ha da un bel po’ preso di mira non solo Hirst, ma tutta l’arte con-temporanea/con-cettuale, che ha ribattezzato “Con Art” – che più o meno si potrebbe tradurre come “arte-truffa” (e se ci fosse un richiamo francese, diventerebbe… coglion’art). Secondo lui semplicemente non è arte, e chi ha commesso la leggerezza di comprarla, farebbe bene a rivenderla presto, perché, un po’ come i famosi titoli subprime, al momento ha quotazioni altissime, ma presto potrebbe crollare, rivelandosi semplice spazzatura.

Michele Bazzana – non l’ho fatto io – 2012 – disegno di Paola Pasquaretta – penna a biro su carta a fiori // Michele Bazzana per Artribune Magazine

Spalding spara a tutto campo: riprendendo la polemica anti-Hirst già innescata da David Hockney, che aveva polemicamente sottolineato che i suoi quadri lui “li dipinge da sé” (mentre, come è noto, Hirst fa lavorare una sessantina di assistenti), Spalding dice che quella di Hirst, che fa dipingere i quadri a punti colorati dai collaboratori, imbalsamare squali e vacche da artigiani specializzati ecc., non è arte. Non solo: per lui tutta l’arte “con”, indietro a Carl Andre, e su fino al padre Duchamp, allo stesso modo e per lo stesso motivo non c’entra niente con la “vera” arte.
Anzi, si leva pure qualche sfizio da “intenditore”, e arriva a sostenere che la “madre di tutte le opere d’arte-bluff”, cioè Fountain, 1917, il famigerato orinatoio, datato e firmato R. Mutt, unanimemente attribuito a Marcel Duchamp e considerato il primo ready-made della storia, ossia la prima, autentica opera d’arte compiutamente “contemporanea” – non è di Duchamp. L’artista francese infatti si sarebbe appropriato dell’idea della (allora) sua spasimante, la baronessa Elsa von Freytag Loringhoven, e l’orinatoio non avrebbe dunque un significato dadaista, ma femminista… Insomma: neanche il pezzo più noto e storicizzato della “con-art” sarebbe vera arte, non solo perché è un semplice pezzo di fornitura da bagno, ma anche perché nemmeno l’idea sarebbe “originale”! Troppa grazia Sant’Antonio.

David Hockney – The Road across the Wolds – 1997 – courtesy Mrs. Margaret Silver

Tanto Hirst è un antipatico supponente, tanto Spalding mi sta simpatico, ma con lui bisogna andarci piano. Se Duchamp abbia raccolto o meno i suggerimenti della eccentrica baronessa Freytag è del tutto indifferente. Tutti sanno che Fountain, come opera d’arte, non esiste, ma che il valore di provocazione che essa suscitò (testimoniato fra l’altro dalla “vera” opera di Duchamp, cioè la rivista Blindman) fu, ed è ancor oggi, di importanza epocale. Già per quanto riguarda l’opera di Andre qualche dubbio è legittimo, e senz’altro ancor più giustificato nel caso di Hirst. Se però il problema è che questi personaggi non sono artisti perché non “fanno” le opere con le loro mani, allora siamo completamente fuori strada: l’arte contemporanea è tale proprio perché è in grado di mettere in discussione la propria identità profonda – anche la propria radice “tecnica” e manuale, che invece, nella tradizione, era pacificamente accettata.
D’altra parte, per una cosa falsa Spalding ne dice due vere: la prima è che il successo commerciale nel caso di un artista non significa affatto valore culturale e importanza storica. Nell’Ottocento i pittori pompier spadroneggiavano nelle accademie e nelle gallerie, ma oggi le loro enormi e oleografiche tele stanno nei sotterranei dei musei, nessuno ne ricorda nemmeno il nome, e tutti corrono invece a visitare le mostre degli impressionisti, allora minoritari e rifiutati. Seconda cosa: il comportamento della Tate, se è andata davvero così, non è grave, ma, semplicemente, inquietante.

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #7

Commenti
11 Risposte a “Occupy Hirst e la fenomenologia della coglion’arte”
  1. Caro Senaldi l’articolo e’ simpatico e ben scritto e certamente Spalding merita tutta la nostra simpatia e solidarietà per l’episodio della Tate (se e’ andata come lui dice, ovviamente) …pero’, scusa, ma la “verità” : “il successo commerciale … non significa affatto valore culturale e importanza storica” mi pare, onestamente, di una ovvietà tale da non meritare neppure la citazione e, per il resto, la “critica” di Spalding e’, a mio parere, di natura talmente “conservatrice”e “passatista” da farla ritenere più un atteggiamento furbamente ammiccante alla maggioranza di “quelli che… questo lo potevo fare anch’io” che non una sincera convinzione (che se poi fosse davvero una sincera convinzione farebbe solamente cascar le braccia!!) atteggiamento a cui unisce il non piccolo difetto di trattare con troppa disinvoltura le fonti storiche e documentali (per non dire : ignorarle deliberatamente, vedi ad esempio proprio il caso di “Fountain”) e di autoincensarsi ad ogni pie’ sospinto (tipo il riportato: “Sono stato direttore di musei, ho scritto libri, sono una figura di riferimento internazionale nel campo dell’arte”) … e a me i “furbetti” e “quelli che…lei non sa chi sono io” non piacciono e non son mai piaciuti

    • savino marseglia scrive:

      Caro Duchamp, mi duole sentire, qui tra i terrestri, qualcuno sostenere che “fountain” è la “madre di tutte le opere d’arte-bluff”. E’ vero tutto questo? Mi domando se puoi dirmi qualcosa a riguardo? E’ vero che tu dai arbitrariamente senso agli oggetti, alle parole alle lettere, cioè di ritornare alle fonti stesse del linguaggio, ai fonemi elementari? C’è un modo di considerare il “ready made un opera d’arte? In attesa di una risposta ti lascio alla tua ironia pensosa. Ti prego di salutarmi l’amico Gino De Dominicis e tanti altri amici che si trovano nella casa degli scacchi.

      Caro Savino,
      Grazie delle informazioni che mi mandi dal mondo dei vivi.
      Come tutti i gialli che si condividono anche il mistero di “fountain” inizia da “Mott Works” il nome di una grande e nota Ditta di impianti sanitari. Ma il nome “Mott”, essendo noto a tutti, decisi di trasformarlo in “Mutt” che era all’epoca un popolarissimo fumetto:” Mutt and Jeff”.. Due nomi sfiziosi, buffi, allegri e grassottelli.

      Ma mi serviva un nome vecchio, E così aggiunsi Richard, da non confondere con la Ditta di sanitari ” Richard Ginori” di Sesto Fiorentino in provincia di Firenze ,che a quanto mi risulta (correggimi se sbaglio) è fallita. Semlicemente ho voluto rovesciare il cesso o orinato, dall’alto in basso, attribuendo all’orinatoio un valore alto quale si addice ad una bella fontana da esporre in una galleria d’arte. Chiaramente, mio caro Savino, il contrasto tra quello che è ritenuto “Arte” e la percezione corporea dell’oggetto passa, indubbiamente, attraverso la conoscenza dei rispettivi contesti materiali o pragmatici-sociali ad essi legati, che a mio dire costituiscono sempre la trama narrativa del giallo di cui ti ho detto prima. Cioè la sceneggiatura!

      In sintesi, si tratta di un giallo individuale che ha valore in sè e nient’altro! La firma come ti ho detto richiama un personaggio dei fumetti per rendere l’opera più accettabile al pubblico.In realtà la mia è una presa di distanza dell’impossibiltà di far passare un pensiero in un mondo estremamente mercificato in cui l’ Arte e la cultura si presenta impotente, ammuffita e sublimata dalla classe dominante in valori deteriorati.
      Sinceramente, se mi trovassi sulla terra, distruggerei tutto quello che ho creato..Quando ti trovi sull’auto grill, ricordati di pisciare sempre nell’ orinato, così ti ricorderai di me!.Ma mi sono dilungato troppo. Stammi bene.

      M. Duchamp

  2. LAN scrive:

    Ma cos’è questa stupidata?? Allora la Sala di Costantino – stanze vaticane – di Raffaello non è un’opera d’arte perché nOn l’ha fatta LUI? L’hanno dipinta Giulio Romano e co.! Come i quadri a pallini di hirst. Se quelle sono le motivazioni sono davvero misere…
    Se il divieto di accesso alla tate fosse vero…. Sarebbe una cosa non solo inquietante ma GRAVISSIMA. È in museo pubblico e, se uno paga il biglietto e rispetta le regole, DEVE poter entrare!!!!!

  3. Stella scrive:

    Vorrei solo aggiungere a sostegno dei poveri artisti accademici dell’Ottocento, che alcuni Impressionisti si sono formati presso i loro atelier, li hanno apprezzati tutta la loro vita, da taluni originano addirittura le avanguardie (Moreau/Matisse) e sono oggi oggetto di importanti mostre internazionali (v. la stupenda mostra di Gerome al d’Orsay l’anno scorso).
    L’articolo, comunque, tocca un tema interessante, ma diffiderei di chi dice di sapere cosa è arte e cosa no, e vuole pure insegnartelo.

  4. Giovanni scrive:

    Scusate ma senaldi puo scrivere cose non vere e i commenti non vengono pubblicati?

  5. Giovanni scrive:

    Adesso ho capito ho cambiato nome e il commento é stato pubblicato!
    Siccome avete pubblicato sotto altri articoli miei commenti piu duri viene da pensare che invece sotto le ridlessioni di senaldi non posso
    ditemi se sbaglio

  6. antonio scrive:

    2 commenti non pubblicati sotto aricolo di senaldi su damien hirst

    antonio scrive:

    Caro Senaldi
    osservazioni giusta anche se un pò ovvie
    Mi pare che la pittura pompier sia stata rivalutata e non stia affatto nelle cantine,
    questo dal Musèe D’Orsay in poi, per non parlare di casa nostra con Goldin che
    ha fatto un sacco di visitatori anche con mostre su un Ottocento collaterale all’Impressionismo. Inoltre sull’Ottocento non impressionista le mostre fioccano in tutto il mondo e mi pare che Alma Tadema e Bougerau non siano meno noti di tanti altri.
    Certo che se uno legge solo Flash art non si fa certo un’idea completa della realtà….
    nemmeno per il contemporaneo.

    2012-07-27 12:33:33 xxxxx dice:

    Vorrei solo aggiungere a sostegno dei poveri artisti accademici dell’Ottocento, che alcuni Impressionisti si sono formati presso i loro atelier, li hanno apprezzati tutta la loro vita, da taluni originano addirittura le avanguardie (Moreau/Matisse) e sono oggi oggetto di importanti mostre internazionali (v. la stupenda mostra di Gerome al d’Orsay l’anno scorso). L’articolo, comunque, tocca un tema interessante, ma diffiderei di chi dice di sapere cosa è arte e cosa no, e vuole pure …

    • savino marseglia scrive:

      è stato lo spirito non conformista che mi ha fatto sparire in un attimo il mio commento? Redazione che fate mi censurate?

  7. Mario Colombo scrive:

    Direi che Julian Spalding è un danno per la cultura contemporanea tanto quanto lo è Damien Hirst. Le motivazioni sono opposte, come nota giustamente Luciano Gerini, da un lato la retroguradia mentale al limite della cecità di Spalding e dall’altro gli oggettoni-rifugio tipici della’arte connivente con il mercato e nient’altro.
    Ma cosa serve questo scontro tra cogli oni? si annullano nell’indifferenza direi.

  8. Alessandro scrive:

    David Hockney mi sembra Balsamo anni ’60. Le critiche ad Hirst rafforzano Hirst. Soprattutto queste … La tate ha deciso che linea prendere, come quasi tutti i musei e’ orientata dal mercato più che dal valore estetico/culturale delle opere e degli artisti che espone… Quanto alle mode sono sempre esistite : ai posteri l’ardua sentenza!

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