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Tornando a parlare di anni ‘80: il ritorno all’ordine

Botta e risposta. Qualche giorno fa abbiamo pubblicato una intervista con Edoardo Di Mauro. Una lettura altra degli Anni Ottanta, “un’altra storia”. Che ha suscitato non poco dibattito fra i commentatori di Artribune. E che ha fatto sollevare un sopracciglio al nostro Marcello Faletra. Qui spiega le sue ragioni.


Ronald Reagan

POSTMODERNISMO E TRANSAVANGUARDIA
Gli Anni Ottanta… gli anni in cui ha imperato, col suo eclettismo retrò, il pastiche in pittura, che avviava il trionfo di un diffuso dilettantismo ispirato al kitsch e al banale e condito socialmente dalla sterile ironia dello spettacolo. Ma anche gli anni dell’edonismo senza frontiere, dello yuppismo arrogante, della frivola apatia, della disaffezione ai grandi temi sociali…
Si è trattato di un pezzo del più ampio scenario storico noto come “postmodernismo”, di cui nel 1986 Derrida dirà che si trattava di “una strategia culturale come sottoprodotto del più antico storicismo”. Come dire: una pagliacciata che giocava con il valore di scambio del linguaggio, che non aveva più nulla a che vedere con i fatti. E i prefissi post, neo, trans non sono stati altro che etichette che diversificavano il prodotto culturale. Guy Debord, nei suoi Commentari alla società dello spettacolo (1988), illustrerà bene questa stagione populista ordinata secondo l’immagine fantasmagorica dello spettacolo: “Un finanziere canta, un avvocato diventa informatore della polizia, un fornaio espone le sue preferenze letterarie, un attore governa [Reagan], un cuoco disserta sui tempi di cottura come momenti essenziali della storia universale. Ognuno può apparire pubblicamente nello spettacolo e darsi pubblicamente”.

Jean-Francois Lyotard

Nel 1982 Lyotard, in un intervento su Alfabeta, prendeva le distanze dalla transavanguardia: “Vi è, nei multiformi invii a sospendere la sperimentazione artistica, uno stesso richiamo all’ordine, un desiderio di unità, di identità, di sicurezza, di popolarità (nel senso di trovare un pubblico) […] per tutti questi autori nulla è più urgente del liquidare l’eredità delle avanguardie. È questa, in particolare, l’impazienza del sedicente transavanguardismo”. E anche Baudrillard, in una conversazione privata, mi disse che le sue analisi sulla simulazione non avevano nulla a che vedere “con le succursali transestetiche della reazione postmodernista dove la gente subisce ciò come un rituale devitalizzato, vi assiste, guarda, ma non ci crede, come accade in politica”. Le avanguardie vivevano dell’idea che tutto gli si opponeva; le transavanguardie degli Anni Ottanta, all’opposto, vivevano dell’idea che nulla gli si opponeva, tanto erano conformiste e docili e cosi vicine al potere.

 

CITAZIONE E RISCRITTURA
Thomas Kuhn ha fatto osservare che una teoria (ammesso che il postmodernismo lo sia stato) per essere accettata deve prima di tutto piacere, presentarsi come migliore delle altre. Si potrebbe vedere in questa osservazione il principio della concorrenza che costituisce la base del commercio che è penetrato fin nelle teorie, modificandone le loro finalità. E il postmodernismo, a cui non è mancata la concorrenzialità, è piaciuto a molti. Senza capire bene cosa sostenesse, se non il rifiuto esplicito della modernità.
Una cosa però l’ha centrata: ha difeso la fine della nozione di ‘superamento’, a vantaggio della nozione di ‘riscrittura’. Si tratta di capire allora come si sono prodotte queste riscritture. (Ma non era stato l’ultramoderno Nietzsche ad affermare questo pensiero?) In effetti, dato che nulla era più da superare, si trattava allora di mescolare, di “pasticciare” gli stili, dove potevano convivere senza conflitti de Chirico, Matisse, Rosai, Pollock, Warhol… “Questo è precisamente il problema”, osservava Bourriaud alla fine degli Anni Novanta tentando un bilancio di quell’esperienza, “dal pennello di Julian Schnabel o di Enzo Cucchi, la storia dell’arte sembra un gigantesco immondezzaio di forme vuote, amputate dei loro significati a vantaggio del culto dell’artista demiurgo e salvatore che opera sotto la figura tutelare di Picasso. Con questa vasta impresa di reificazione delle forme, la metamorfosi degli dei trova una parentela con il museo immaginario. Tale arte della citazione, praticata dai neo-fauvisti, riduce la storia a valore di mercato”.

Germano Celant

Dunque, la citazione è stata un elemento decisivo per la formazione di un immaginario populista. Ma occorre pure chiedersi di che natura è stata questa citazione e di quali elementi storici si è fatta portavoce? La fisionomia di un periodo deve essere letta nella specificità delle significazioni immaginarie in cui ha creduto. Proviamo a vederne qualcuna e con gli occhi di un critico come Celant, che nel 1983 scrive: “Oggi l’uditorio per un rimando ideologico e intellettuale agli anni bui della storia europea va sempre più allargandosi e gli ‘arditi’ dell’arte e della critica chiedono ad alta voce il discredito dell’impegno e del concettualismo a favore di un pompierismo e un fauvismo populista […] In Italia, in particolare, le fantastiche figure mitiche dell’antica Roma, che ricorrono in dipinti e sculture dell’onirismo contemporaneo, rivelano profonde correlazioni con l’arte del ‘ritorno all’ordine’”.
Fin qui Celant. L’analogia fra il rigurgito reazionario degli Anni Ottanta e quello del Ventennio fascista intravisto tempestivamente da Celant non deve sorprenderci. Perché se prima si trattava di mettere in forma un immaginario collettivo che celebrava la forza, la tecnica al servizio della patria, i miti della romanità, negli Anni Ottanta, invece, si celebrava l’individualismo, l’ironia cinica, l’indifferenza verso i fatti del mondo, la dittatura del divertimento secondo il modello dell’entertainment, insomma tutti gli ingredienti dell’ideologia neoliberista emergente. Si tratta di vedere adesso quali immagini hanno alimentato questo “ritorno all’ordine”.

 

Un'opera di Georg Baselitz

L’IO E L’ORDINE
Com’è ormai noto, il punto forte della citazione (almeno in pittura) negli Anni Ottanta del secolo scorso è stato il ritorno a una presunta soggettività. Si è trattato di una specie di melodramma dell’ideologia del soggetto fondata sul primato dell’“emozione”, sul ritorno del mito e sull’imitazione storica centrata sulla figura umana quale portavoce di un torbido intimismo. La morte, l’occulto, il mistero, il mito, ma anche l’ironia goliardica, il culto dei grandi formati (culto dell’impressionevole), insomma un repertorio di immagini “sensitive” che attingevano spesso alle mitologie nazionali, vale a dire all’”originario” di ogni specifica cultura geografica.
In tal senso, è evidente quanto il richiamo all’ordine operato negli anni Ottanta non sia stato altro che un richiamo alle matrici nazionaliste, funzionale alle aziende commerciali (il potere esclusivo di certe gallerie e musei che stabilivano l’ordine del giorno dell’arte) che aspiravano a una “diversificazione del prodotto” artistico in termini di comunicazione, spendibile sul mercato. E non è da trascurare il fatto che spesso le varie “scuole” di pittura venivano declinate non più con l’internazionalismo degli Anni Sessanta e Settanta, ma come vagiti nazionalistici: neo-espressionisti tedeschi, transavarguardisti italiani, graffitisti americani, The School of London

Sandro Chia - Insane Art - 2009 - olio su tela - courtesy Akira Ikeda Gallery, Berlino

Per alcuni importanti protagonisti della scena pittorica, questo “ritorno all’ordine” ha assunto contorni eticamente miserabili. In Germania, ad esempio, si assistette a uno spettacolare ritorno della “linea gotica” (neo-espressionismo) basata su un immaginario che in alcuni casi sfociava volentieri nell’ideologia del “suolo”, tanto da far cambiare a qualcuno il proprio nome con quello della terra natia, come ha fatto Baselitz – autentico pittore, non lo neghiamo – il cui vero nome però è Georg Kern, che adotterà quello del suo Paese natio, Deutschbaselitz. Tanto che in un’intervista dichiarerà: “La mia terra d’origine è la Germania e come pittore sono doppiamente tedesco”. In questa lapidaria dichiarazione di Baselitz o Kern (come chiamarlo?) si concentra tutta l’ideologia dell’appartenenza alla “comunità di destino” che fu propria del popolo tedesco negli anni bui del nazismo, con i suoi miti popolati dai Walhalla, dagli Arminius…
Non dico che Baselitz sia un nazista, ma un reazionario nazionalista, questo sì. In lui sopravvive quell’ideologia del “suolo” o “comunità di destino” così significativa durante il nazismo che lo ha portato a scelte come quelle di Documenta del 1981, dove diede libero sfogo al suo delirio nazionalistico protestando contro la presenza di artisti della Germania dell’Est, ritirando le sue opere e trascinando in questa scelta altri artisti. Un episodio taciuto dalle esegesi che coronano l’artista.

Anselm Kiefer - Salt of the Earth - 2011

Fra gli elementi che hanno caratterizzato questa ideologia nazionalista non sono da trascurare l’immagine del contadino e dell’albero (l’albero che ricorrerà spesso nei quadri di Kiefer non è indenne da questo contagio ideologico) per simboleggiare la forza e la tradizione del Volk, il senso delle radici che affondano nel passato e l’inevitabile pensiero del radicamento. L’affermazione di Baselitz va letta alla luce di questo scenario ideologico, senza il quale rischia di essere letta con quell’ingenuità che storicamente ha ratificato le menzogne più insopportabili.
Com’è noto, l’appartenenza alla “comunità di destino” è la secolare vicenda che ha segnato la rivoluzione conservatrice tedesca tra le due guerre. In tal senso, i grandi quadri di Anselm Kiefer ne sono il sintomo più manifesto, dove autoritratti fotografici col saluto nazista, svastiche e paesaggi di morte si susseguivano come un campionario fino alla confusione ideologica: sono i segni di questo passato catastrofico ad aver vinto o è un modo catartico per liberarsi da esso? Tuttavia, attingendo acriticamente ai miti del passato ratificava il cliché dell’identità tedesca, ma con un linguaggio formale di grande livello, tale da generare un’inversione di tendenza rispetto a Beuys, che nelle sue rievocazioni storiche si poneva l’intento di smascherare questi cliché.

 

L’ITALIA E IL CONFLITTO
La frangia più estrema e reazionaria di questo rigurgito nazionalista venne presentata a Milano alla Galleria Cannaviello nel 1987 – nel catalogo sono presentati dallo scrittore Giovanni Testori, che li ha chiamati espressamente “Nuovi Ordinatori” capeggiati da Albert. Già, “Nuovi Ordinatori”. Titolo che suonava come un’ingiunzione, un comando, un ordine, appunto. Cosa intendevano ordinare? Ecco allora dei corpi monumentali, imponenti, che sovrastavano paesaggi e storie, corpi che dominavano la scena del mondo; corpi a cavallo come gli imperatori di una volta, corpi muscolosi come i gladiatori romani, corpi indomiti come le tempeste della natura. Nel 1984 l’artista americano Donald Judd criticò duramente questo tratto nazionalistico dei “neoespressionisti” tedeschi, ritenendoli “reazionari” e praticamente “kitsch”.

Le opere di Donald Judd in mostra a Punta della Dogana - photo ORCH orsenigo_chemollo

Fermiamoci qui. L’ordine intravisto da Lyotard, da Debord, da Derrida e da Celant in quegli anni assume adesso una chiara fisionomia ideologica di cui diversi artisti, oggi più che storicizzati, mitizzati, si sono fatti veicolo. Oggi il postmodernismo degli Anni Ottanta ha smesso di essere cool e d’un colpo, come in un brusco risveglio, il postpostmodernismo presenta il saldo delle abbuffate di edonismo, di yuppismo, di narcisismo, di conformismo, di affarismo, tutto un mondo di illusioni perdute e di conti in banca concreti. Il brutale realismo d’oggi non fa sconti a nessuno, e dopo il crollo delle Torri Gemelle e le guerre che hanno segnato questi ultimi dieci anni, anche la parola ‘postmodernismo’ vive la sua agonia. Nessuno ne parla più. Ma i suoi esiti sussistono ancora, coperti da un manto di silenzio. Aveva ragione Lyotard a insistere nel mantenimento in vita del “dissidio” (le différend), dell’intrattabile, insomma del principio di alterità e di negazione di cui oggi se ne rivendicano le virtù contro il crack non soltanto economico, ma anche culturale.

Marcello Faletra

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Gli Anni Ottanta secondo Edoardo Di Mauro

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  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ DSK

    Riporto le dogmatiche asserzioni di Faletra:
    “Oggi il postmodernismo degli Anni Ottanta ha smesso di essere cool e d’un colpo, come in un brusco risveglio, il postpostmodernismo presenta il saldo delle abbuffate di edonismo, di yuppismo, di narcisismo, di conformismo, di affarismo, tutto un mondo di illusioni perdute e di conti in banca concreti. Il brutale realismo d’oggi non fa sconti a nessuno, e dopo il crollo delle Torri Gemelle e le guerre che hanno segnato questi ultimi dieci anni, anche la parola ‘postmodernismo’ vive la sua agonia. Nessuno ne parla più.”
    Le opinioni, caro Faletra, non devono arrivare alla sfrontata disinformazione.
    Legga qui:

    http://www.dezeen.com/2011/09/26/postmodernism-style-and-subversion-1970-1990-at-the-va/

  • antonio

    L’articolo è davvero pessimo e disinformato oltre che confuso .
    1) non si capisce perchè la mostra organizzata da Edoardo Di Mauro abbia fatto alzare le sopraciglia a Faletra e altri tanto da portare a sì profonde riflessioni sugli anni 80 e il Postmoderno.
    Credo che fosse chiaro che Di Mauro non abbia fatto una mostra sugli anni 80 dato che si è in essa concentrato su un periodo più lungo: ma quante volte bisogna ripeterlo ? siete cretini? inoltre non ha fatto una mostra su tutti gli anni 80 o 90 o 00
    ma ha fatto una mostra su alcuni artisti secondo lui interessanti e “laterali” che hanno lavorato in questo periodo. E anche questo era chiaro.
    inoltre non mi risulta che questa mostra celebrasse il Postmoderno: dove l’avete letto? semmai Di Mauro da anni si dedica ad autori che piacciano o meno buoni o meno buoni non sono assimilabili al Mainstream.
    Certo c’è una concomitanza temporale ma molti artisti scelti da Di Mauro si muovevano consapevolmente (almeno nei casi migliori) in direzione diversa dalla Transavanguardia, spacciata in questo articolo come “rappresentante tipico” del Postmoderno (?): in quello stesso momento altri critici come Gabriele Perretta adottavano posizioni simili: a lato della Transavanguardia e certo non seguendone le orme.

    2) Riguardo Lyotard. Il termine post- moderno esisteva prima di lui ma indubbiamente Lyotard è Post moderno: che gli piacesse o meno la Transavanguardia non significa affatto che lyotard sia contrario a certe riflessioni quelle sì post-moderne. La fine dei grandi recits, l’elaborazione del lutto dopo il crollo delle ideologie nelle quali lui stesso ha militato a lungo, la frantumazione dei punti di vista, la frantumazione del sapere in diverse specialità, l’impossibilità di un ritorno alla filosofia classica dopo l’amplificazione della produzione scientifica e tecnologica: tutte queste sono tematiche postmoderne alle quali lyotard non ha mai rinunciato. Forse la transavanguardia è una particolare declinazione del Postmoderno ma ne rappresenta solo un volto non necessariamente il più profondo.
    Chi ha trovato le connessioni teoriche tra Transavanguardia e postmoderno è stato Achille bonito Oliva che dall’”Ideologia del traditore” in poi ha sviluppato analisi e tesi non peregrine dati i tempi e il provincialismo dell’italia di allora,ancora impastoiata nel solito scenario stantio dei due blocchi politici contrapposti. Comunque Bonito Oliva è stato un intelligente mediatore tra questi artisti che riscoprivano la pittura e una certa atmosfera culturale del tempo: ma non metterei mai Bonito Oliva nel ruolo di un “Filosofo” postmoderno: filosofi postmoderni sono lyotard, derrida e altri ed è con questi che bisogna fare i conti. Per quanto riguarda la transavanguardia se ne può parlare a parte se ne abbiamo voglia.

    3) cos’è il postmoderno e quand’è nato? Il problema sta qui:all’interno della definizione ci stanno diverse cose e alcune assai diverse. Quindi piantiamola di dire che il Postmoderno è un quadro di Chia o un mobile di Sotsass perchè così ragionano i bambini o chi di quegli anni e di quelle questioni non sa nulla.
    Richard Rorty è un pensatore postmoderno e credo che fosse piu interessato a scombinare la Filosofia Analitica anglosassone piuttosto che a studiarsi i dipinti di Cucchi su Roma. Comunque perchè un artista indiano puo fotografare Mumbay e un artista italiano non puo dipingere Roma? Mi domando se Faletra conosca o sappia qualcosa della Filosofia Analitica americana, il contraltare del pensiero filosofico Postmoderno europeo: per capire alcune ragioni del Postmoderno bisognerebbe conoscene i nemici che spesso, tra l’altro, diffondono in giro malignamente versioni assai semplificate e caricaturali del pensiero Postmoderno.
    Ma temo che Faletra sia digiuno di buone letture: marchiana la citazione riguardante il filosofo della scienza Kuhn che avrebbe detto che le varie teorie si scelgono perchè piacciono; basta leggere la sua ricostruzione della Rivoluzione nell’astronomia per capire come la scelta tra Tolomeo e Keplero non fosse che in minima parte estetica, ahimè: é triste sentir ripetere queste fregnacce e anche il povero Feyerabend è stato massacrato da certi suoi divulgatori sprovveduti.

    4) E questi sono postmoderni o moderni?Un esempio per tutti: esiste oltre la pittura anche una letteratura Postmoderna ricca di autori sopratutto americani, uno di questi è Thomas Pynchon che è considerato anche da Harold Bloom uno dei piu grandi scrittori viventi: non è un presenzialista dato che notoriamente non si sa nemmeno che faccia ha. Ora, chiunque lo conosca un pò sa che la sua tecnica del pastiche estremamente elaborata può essere annoverata tra i casi di Postmoderno conclamato ma, seriamente, potreste dire che è una creatura degli anni 80, uno che vive nel sogno Reaganiano senza un’ombra di impegno politico e che i suoi assemblaggi stilistico- tematici siano dei bric a brac gratuiti? Direste che Pynchon è un nostalgico reazionario? forse è nostalgico degli anni 60, non esattamente reazionari mi pare.
    Poi quand’è nato il postmoderno? Il termine è stato veramente coniato da Jenks
    riguardo all’architettura? Quanti architetti sono postmoderni e sono tutti davvero uguali tra di loro?
    Inoltre la tecnica del copia e incolla: ma William Burroughs e Michel Leiris erano moderni o postmoderni? Vorrei che Faletra provasse a chiarirmi le idee. E andiamo più indietro: e Musil?
    Parliamo del cinema sperimentale: Kenneth anger e Jordan erano moderni o Postmoderni?
    Infine chi fa un quadro e lo vende è un fascista maschilista reazionario ed è quindi anche un Post Moderno?
    5) L’Arte Povera è moderna o postmoderna? Kounellis continua a favoleggiare di quanto fosse piu vero e giusto il mondo preindustriale e Merz accoppiava i neon con i numeri magici di Fibonacci: non c’è proprio qui nostalgia per il mondo ordinato e perfetto dei tempi andati? quando un poverista mi parla dell’energia non ci vedo niente di moderno e di aggiornato ma mi sembra che si parli di Flogisto. inoltre si sente bene la vena anti scientifica e anti tecnologica di ascendenza Francofortese una corrente di pensiero in voga sopratutto nei movimenti degli anni 60 e 70, che deriva direttamente( con svolta a sinistra) da Hegel , teorico tra l’altro dello Stato Prussiano.
    6) riguardo l’arte tedesca. Il mito del Sangue e della Terra riguarda invece il più noto rappresentante tedesco delle neo avanguardie Joseph Beuys piuttoosto che Baselitz che guarda piuttosto ad Artaud, A me personalmente Baselitz annoia ed è per me morto da almeno vent’anni o piu dato che fa sempre la stessa roba e i vecchi quadri ,anche i migliori, invecchiano a vista d’occhio ma se ha rifiutato di esporre con gli artisti della Germania Est era perchè molti di loro erano implicati con un regime che è crollato poi nell’89 : non so se Faletra conosca almeno questa data e queste vicende che andrebbero studiate alla fine della scuola secondaria superiore. Riguardo a Kiefer la simbologia ebraica è ben piu presente nei suoi quadri che quella nazista quindi mi pare che e faletra confusamente cita delle foto realizzate da Kiefer ad inizio carriera e che destarono qualche polemica molti anni fa perchè un po male interpretate.
    ma la vena razionaria, nostalgica , pre- moderna e antistorica (e in definitiva politicamente innoqua) è ben presente puttosto che nella pittura in tanti artisti che operando nei modi delle neo avanguardie si presentano come moderni e “impegnati”: cito due casi : Marina Abramovic (un caso di narcisismo ed esibizionismo travestito dalla caricatura dei rituali di passaggio delle società primitive) e Boltanky (empatizzazione dell’immagine funeraria e destoricizzazione dell’olocausto) per non parlare delle banalizzazioni Zen e poi New Age di tanta arte americana.
    6) La questione della nazionalità. Le nostre nazioni sono aperte e senza limiti però io non sono nè indiano nè americano: donald judd è tipicamente americano e se fosse vissuto in italia qui il suo lavoro non avrebbe ottenuto lo stesso succeso (malgrado tutti i Panza Di Biumo della penisola): Inoltre io personalmente mi sento europeo e ritengo il nostro modello di stato Sociale il migliore al mondo anche se in grave crisi, un modello frutto di secoli di pensieri di esperimenti e anche di lotte alle quali guardo indietro come parte di me. Ma differenza di Kounellis non mi sognerei mai di dire che io dei computer me ne frego e a differenza di Pasolini non vorrei mai tornare indietro alla società contadina e tante artiste donna che ripropongono Pasolini ad ogni pè sospinto provino un po a ragionare su cosa voleva dire essere donna nella società contadina o precosumista e forse si farebbero un idea un po piu complessa di Pasolini.
    7) Bourriaud sa pensare? dagli smilzi libercoli che scrive a presentazione delle mostre dei suoi amici mi pare di capire che pensa poco: se lui è contro il postmoderno perchè è un coacervo di immagini senza filo conduttore io direi invece che sono i suoi artisti di riferimento a fare dei coacervi di oggetti e installazioni senza senso, tra l’altro da lui teorizzati in una non certo originaleidea del riciclaggio! Quindi Bourriaud , che ha tanti amici negli ambientini radical chic italiani , organizzi mostre dagli oligarchi russi, modello di democrazia, incassi il suo gettone e abbia la buona creanza di starsene zitto.

    • http://www.artribune.com Marco Enrico Giacomelli

      Al netto dei travasi di bile e della logorrea, questi sono i commenti che ci piacciono!
      E questi sono i commenti che meritano repliche e discussioni.
      Comincio con una precisazione: se vogliamo addentrarci nella storia delle idee, Jenks viene di gran lunga dopo Federico de Onis, che usa credo per primo il termine “postmoderno” per contrapporre alcuni scrittori latino-americani ai precedenti “moderni”. Quindi il termine viene prima usato nella critica letteraria. Poi se ne trova traccia nelle discipline storiche (postmodernismo come fase storica contraddistinta da quel che si definisce capitalismo avanzato), e in terza battuta passa in ambito architettonico, e poi filosofico ecc. In tutti questi passaggi di “ambito” subisce torsioni notevoli, anche e soprattutto perché è un concetto-ombrello, per dirla con Deleuze. Dunque con i suoi pregi e i suoi difetti. La sua qualità di indefinitezza è evidente sin dalla etimologia: si definisce come post di un altro concetto, moderno, che pure lui era nato come contrapposizione ad antico.
      Quanto alla posizione di Lyotard, mi pare ben più complessa (o furba, se si preferisce): si trovano agilmente argomenti nei suoi testi per contraddire chi lo definisce postmoderno, e altri per contraddire chi lo definisce un anti-post-moderno.

      • http://LorenzoMarras LorenzoMarras

        Chi ricorre al “post” é sempre un pensiero inadeguato a comprendere il presente verso cui è testimone. L articolo di Faletra ed il commento di Antonio sono figli della stessa malattia: il sapere come diletto al soli scopi di oggettivare per definire.
        È questo l unico orizzonte a cui essi sono interessati.
        Non comprendono perché non riescono partire de in fatto inoppugnabile che é questo : due guerre mondiali sono state sufficenti per dare a noi, noi europei intendo, il definitivo colpo di grazia.
        Ci è completamente sconosciuto quello spirito che a Maratona si approssimo’ con straordinario effetto a quel concetto di libertà che noi abbiamo per sempre sepolto.

  • antonio

    quanto ai minimalisti americani me ne fotto. amanti della precisiane bazzicavano nelle semplificazione fino all’osso anche nei ragionamenti rasentando la nevrosi ossessiva, loro si impregnati del peggiore materialismo americano , quello dell’industria dell’acciaio , non avendo nemmeno l’intelligenza di studiardi quel che di meglio anche gli Stati Uniti hanno saputo produrre, Peirce , Dewey e Keynes altro che ste fesserie anodizzate savonaroliane: fortuna che negli anni 60 c’era woodstock e tutto il resto altrimenti con Flavin, judd ecc sai che mortorio!

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ DSK

    2 osservazioni
    1 – Antonio: “Quindi piantiamola di dire che il Postmoderno è un quadro di Chia o un mobile di Sotsass perché così ragionano i bambini o chi di quegli anni e di quelle questioni non sa nulla”
    Davvero pensi che siamo i soli a pensarlo? Se discutiamo di arte senza tenere come riferimento principale e punto di partenza l’opera, l’artista come centro propulsore dei fenomeni (che si interfaccia con un sistema ed un pubblico), si finisce per discutere di filosofia in modo accademico e ci si allontana dalla critica d’arte.
    2 – Poco si è detto finora su un dato, a mio avviso importante. Quegli anni hanno generato la Graffiti Art, corrente di controcultura giovanile capace di autorigenerarsi con una vivacità sorpendente; una formula stilistica che con il web ha trovato ulteriore amplificazione.

  • CoDa
  • Edoardo Di Mauro

    L’articolo di Faletra non mi ha per niente turbato perchè esprime precise posizioni e serve a suscitare un dibattito vivo e costruttivo. In sintesi credo non esistano periodi della storia di per sè del tutto positivi o negativi, ci sono fasi in cui è agevole innovare, altre in cui il pensiero e l’azione si dirigono verso altri sentieri che prevedono la citazione naturalmente ricontestualizzata. Sostenere la totale negatività di un periodo, quindi, non ha molto senso. Mi fa venire in mente coloro, anche tra i critici della mia generazione, che sostengono come il’68 sia stato causa di tutti i mali successivi. Non è così. Si è trattato di un evento storico necessario in quella fase. Si entrava nella civiltà post industriale e le giovani generazioni rivendicavano la necessità di liberarsi da tabù e dogmi. Anche l’Arte Povera, nata in quegli anni, aveva la sua necessità storica ed ha prodotto opere di assoluto rilievo, salvo poi passare dallo spirito rivoluzionario delle origini a quello assolutamente conservatore del presente. Gli anni Ottanta hanno presentato al loro interno diverse criticità ma erano anch’essi necessari. Dopo il crollo dell’ideologia era fondamentale dare libero sfogo al proprio individualismo ed alla propria carica creativa con uno stato d’animo in bilico tra speranza e disillusione per un futuro che iniziava a prospettarsi incerto. Ritengo che all’interno di quel periodo ci siamo molti aspetti da rileggere e mi sto adoperando per farlo coniugando sempre, però, questo con l’attenzione ben vigile sulle pulsioni della nostra contemporaneità, che è poi l’assunto fondante della mia recente mostra.

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ DSK

    Perché hanno chiuso il numero telefonico del Postmodernismo?
    Per esaurimento di prefissi e suffissi

    • http://www.artribune.com Marco Enrico Giacomelli

      Il tuo contributo, Daniele, è come al solito di uno spessore memorabile. Hai provato a mandare un CV a Zelig Off?

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ DSK

    Il tuo contributo, Marco Enrico Giacomelli, è come al solito di uno spessore memorabile. Hai provato a mandare un CV a Zelig On Line?

  • antonio

    Lorenzo Marras scrive come un pazzo o un cretino e non riesco a rispondergli e non ne ho nemmeno il tempo.
    Per quanto riguarda Dsk mi è difficile capire tutta questa gente che bazzica da queste parti e che ha così paura della filosofia o di pensieri un po complicati che loro definiscono astratti solo perchè non ne capiscono niente o non ne sanno niente.
    L’articolo portava una foto di Lyotard e io ho parlato (anche) di lyotard e chiunque ha letto il suo libro sulla condizione postmoderna sa che non era per niente “accademico” e “astratto”.
    Quanto al graffitismo lo so anch’io che è esistito e che ora finalmente si recuperano altri artisti di quel mondo senza parlare sempre dei soliti Basquiat ed Haring anche se credo che Lee Quinones non sia un genio dell’arte, scusatemi.
    Quello che volevo dire è che il Postmoderno è una categoria molto elastica che comprende antecedenti oltre che vari aspetti e manifestazioni.
    Negli anni 80 è stato prodotto tantissimo e non si puo ridurre tutto alla Transavanguardia e a un preteso RITORNO ALL’ORDINE in realtà abbastanza minoritario al tempo dato che i Nuovi Ordinatori sono un fenomeno decisamente circoscritto e che l’Anacronismo non ha avuto grandi sviluppi.
    Tanto per dire ricorderei anche che le gallerie dell’East Village erano diverse dalla Chelsea di oggi! Visitandole non mi pare ci fosse molta pulsione all’ORDINE!
    Per quanto riguarda l’italia degli anni 80 e 90 alcuni artisti e personaggi del mondo dell’arte di quel periodo uscivano dall’esperienza del 77 e con Reagan c’entravano ben poco.
    Saranno travasi di bile come mi dice Giacomelli ma certe ricostruzioni storiche sono arbitrarie e disoneste : non parlo di Faletra che evidentemente è giovane ed inesperto ma mi riferisco a ben altri “tappabuchi” che vogliono nascondere tante cose e che dai loro pulpiti raccontano balle ai nuovi arrivati.
    Però non mi stancherò di ripetere che nel discorso sul Postmoderno ci sono molte questioni interessanti e attuali che esulano dall’importanza o meno di certi artisti o di certe correnti artistiche e sono questioni molto concrete, anzi nel suo lato migliore il Postmoderno ha parlato di quello che sta succedendo nella realtà ad ogni livello, combattendo le astrazioni del Pensiero (Filosofia Classica e Ideologia) e dello Scientismo. Forse l’arte di quegli anni invece non è stata all’altezza di queste premesse e molti in effetti hanno finito per consegnarsi al mercato piu basso.
    Cosa dalla quale però nessuno è immune! Provate a smentirmi se vi dico che molti grandi curatori e artisti che non dipingono e fanno cose “moderne” :)) lavorano piu che volentieri per una committenza di oligarchi e mafiosi!
    è comunque davvero indicativo che uno ti dica che rischi di essere accademico quando la sua soluzione è rinchiudersi nella disciplina isolata della Critica d’Arte!

  • http://LorenzoMarras LorenzoMarras

    Antonio , a me pare che non sia possibile nessun discorso Su qualunque tipo di arte se non sia prima chiarito in quale spazio politico ci si muova. Ho fatto una sintesi a differenza di te che hai scomodato troppi.
    Tutto qui. Non è bello comunque perdere la pazienza quando si pensa, ricordalo.

  • marcello faletra

    Per la verità il mio articolo non è affatto una risposta alla mostra che non ho visto, né un commento alle parole del curatore. La brevissima introduzione redazionale è fuorviante, poiché ne devia il senso. Le reazioni cosi animose del sig. Antonio, il suo tono cosi violento, fino all’ingiuria, sono state accese anche da come la redazione ha presentato il mio intervento, ponendolo in contrapposizione ad un’intervista di Di Mauro.
    Perché se a me la redazione mi ha dipinto con un’alzata di ciglio, al sig. Antonio gli si sono rizzati tutti i peli.
    Piuttosto avevo ammirato nell’intervista di Di Mauro il fatto che si poneva in termini critici e senza genuflessioni rispetto ad alcune situazioni di quel periodo. Dunque la sua breve intervista è stata semplicemente un’occasione per far emergere con la voce di alcuni autori una delle immagini più significative, a mio avviso, di quegli anni (l’ordine). D’altra parte la cultura contemporanea non è stata tutta postmodernista (Barbara Gruger, Kentridge, Kapoor e molti altri artisti, oggi cosi conosciuti, non venivano minimamente calcolati, eppure c’erano, non gli si dava spazio mediatico.) Questo, credo, è un problema che meriterebbe d’essere affrontato. A sostegno di questa lettura ho citato espressamente autori il cui pensiero spesso viene confuso col “postmodernismo”.
    (A meno che non si voglia far dire a questi autori cose che non hanno mai pensato). Accade spesso di questi tempi con le strategie revisioniste che circolano nella narrazione storica.
    Quanto poi ad alcune affermazioni secondo cui Lyotard e Derrida sarebbero “postmoderni”, beh, lascio al signor Antonio la libertà di inventarsi tutta la storia delle teorie relative a quegli anni. Tanto più che in diverse occasioni lo stesso Lyotard ha dichiarato espressamente di non essere un “portavoce del postmodernismo” e che il suo fortunato “rapporto sul sapere” a cui ha dato il nome “la condizione postmoderna” (commissionatogli da un’istituzione canadese nel 1979) è da leggersi non in chiave normativa (come un manifesto) ma come un regime di significazione allo stesso modo di come lo è la modernità ( si leggano a questo proposito tutte le specificazione che Lyotard fornisce ne Tombeau de lìintellectuel et autre papiers e ne le postmoderne expliqué aux enfant”. Tuttavia ci sono persone che appena gli tocchi il “postmoderno” ti saltano addosso come se gli toccassi la mamma. Ringhiano e si ergono a tribunali della conoscenza. Queste figure sembrano uscite da un film di Gibson dove l’insulto e lo sputo sono le armi del revanscista che ne fa uno stile di vita . Pazienza. Tuttavia occorre non sottovalutare queste performance. E visto che il signor Antonio vanta più di ogni altro cosa sarebbe e cosa non sarebbe il postmodernismo, e controlla come un tribunale chi ne parla diversamente da come lo conosce lui fino ad arrivare alla rissa in stile reality show, sarebbe il caso che desse un’occhiata, lui che se ne intende di “buone letture”, al testo di Derrida: “Some statements and truism about neologism, newisms, positisms, parasitisms, and other small seismisms”, dove dichiara senza mezzi termini le sue distanze non solo dal postmodernismo, ma anche dal decostruzionismo americano. Giustamente in italiano quel testo è stato tradotto col titolo (consenziente Derrida) di “Come non essere postmoderni”. Per il resto ho letto una sequenza di sciocchezze come quella secondo cui Kiefer utilizzerebbe della “simbologia ebraica” (quale dell’halachah? dell’aggadah? Neanche l’ombra. E dal momento che sono pure ebreo – almeno questo il signor Antonio me lo concederà – qualcosina sul simbolismo ebraico mi è stata trasmessa. Di questo passo l’ignoranza, senza dubbio, ha un lungo futuro.

  • Antonio Inoki

    Faletra il fatto che tu continuo ad inanellare inesattezze e concetti orecchiati mi mette nella posizione noiosa del correttore di bozze e finirò sicuramente per fare la figura del violento dato che da queste parti si e abituato a poter ciarlaredi quello che si vuole senza il rischio di veri confronti . che tu sia ebreo mi interessa poco o magari vuoi dire che sono oltre che cattivo anche antisemita?
    ebrei sono anche molti collezionisti di kiefer che veramente e davvero interessato alla bibbia alla kabbala e alla simbologia ebraica . Prova a leggerti i cataloghi recenti ma se vuoi ci sono dei bei testi pubblicati anche su flash art diversi anni fa : cosa devo fare, andarteli a trovare io?mi pare che kiefer lo conosci davvero poco.
    Riguardo la kruger sbagli anche qua in pieno dato che in quel periodo aveva raggiunto la massima notorietà e kapoor era già insieme a cragg e gormley lo scultore
    Britannico più conosciuto. Se derrida ha disconosciuto gli eccessi del decostruzionismo e se lyotard si e sentito tirare per la giacchetta i loro testi ne fanno in ogni caso tra i più importanti esponenti del postmodernismo: se non lo sono loro il postmodernismo allora non esiste e rimangono solo le banalità su Reagan il ritorno all’ordine il nazionalismo ecc. Accolgo comunque il tuo chiarimento riguardo la mostra di di Mauro e dall incipit mi pare che si poteva equivocare. Faletra capisco che il mio testo eta lungo ma accanto ai nomi di derrida e lyotard ho aggiunto anche alcuni concettti prova a rileggerteli con più calma e se mi rispondi ancora con una sequenza di errori da laureando non continuerò questa faticosa conversazione

  • Antonio Inoki

    Faletra leggi pero anche la mia precedente mail
    Che forse chiarisce ulterioemte ilio primo intervento
    Alle 19 e 54
    E non fare battute suoei errori di ortografia perché sto scriv al telef

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ DSK

    Antonio – Ti invitavo solamente a non sottovalutare l’opera e l’osservazione dei fenomeni (sistema, artista ecc…). Quel passaggio che ho sottolineato mi aveva lasciato un po’ perplesso.

    Dalla mia raccolta sul postmodernismo:
    – Tondelli “Un weekend postmoderno” –
    – Francesca Alinovi – “L’arte mia”
    - Vincenzo Sparagna -“Frigidaire, l’incredibile storia” (inoltre: Filippo Scozzari “Prima pagare poi ricordare.”).
    – Barbara Radice, “Mempis”
    - Patrizia Valduga
    - Giorgio Barberio Corsetti
    – Giuni Russo “Postmoderno”

    In quando all’affermazione di Faletra, “anche la parola ‘postmodernismo’ vive la sua agonia. Nessuno ne parla più” riporto ancora altri articoli sulla mostra londinese del Victoria & Albert Museum “Postmodernism: style and subversion”

    http://www.alfabeta2.it/2011/12/18/1725/

    http://www.dazeddigital.com/artsandculture/article/11482/1/postmodernism-style-subversion

    http://aestheticamagazine.blogspot.com/2011/10/postmodernism-style-subversion-1970.html

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ DSK

    Antonio – era solamente 1 invito a non sottovalutare l’opera e l’osservazione dei fenomeni (sistema, artista ecc…). Quel passaggio che ho sottolineato mi aveva lasciato un po’ perplesso.

    3 titoli intorno al postmodernismo…

    – Tondelli “Un weekend postmoderno” –

    – Francesca Alinovi – “L’arte mia”

    - Vincenzo Sparagna -“Frigidaire, l’incredibile storia” (inoltre: Filippo Scozzari “Prima pagare poi ricordare”). Le utopie dei Settanta traghettate nel crogiolo visionario di una rivista di fumetti. Fondata nel 1980, ha rappresentato per anni un punto di riferimento della controcultura giovanile. Fantasia al potere? La parabola di Frigidaire spiega con efficacia come quella stagione era ben
    lontana da cliché di facile estetismo e disimpegno, dai semplicismi narrati da alcuni; evidente, ad un’attenta rilettura, la presenza di un “doppio”, snodo cruciale che i criteri di pensiero unico (maschile) adottati da Faletra sono inadatti a mettere a fuoco.

  • antonio inoki

    caro dkv ok ovviamente conosco bene quello che mi citi
    dato che ho vissuto quegli anni
    però con tutto il rispetto se ho citato Pynchon non posso dilungarmi sul pur valido tondelli
    e la sfortunata alinovi non è Patty astor e nemmeno Billy Shire che hanno creato gallerie inegli USA dalle quali sono partite un sacco di cose solo recentemente divulgate dagli ultimi arrivati in italia
    quanto a frigidaire d’accordissimo e infatti pensavo anche a quella scuola e in contemporanea diversa pittura italiana giovane del tempo
    e allora il fumetto underground americano e altro fumetto europeo dagli anni 60 ai 70
    ma non dimentichiamo poi che juxtapoz è importantissimo negli USA: vende più di Artforum
    si sarò anche cattivello ma è ora di tirar fuori tutte queste cose e non raccontare questa solita storia che negli ottanta c’era stata un involuzione solo perchè si er tornati alla pittura ecc ecc quello cheè venuto dopo è stato ben peggio: morti i teorici del postmoderno cos’è rimasto? mezzi cervelli in vendita al primo venuto, artisti mediocri strapagati da collezionisti ignoranti….

  • antonio inoki

    Intendevo scrivere dsk!

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ Daniele Scarpa Kos

    Tondelli -“Un weekend postmoderno” contiene documenti utili per riflettere sulla transizione tra i Settanta e gli Ottanta – Il volume riunisce la sua produzione giornalistica, scritti apparsi anche su fanzine, Alter Alter, Flash Art ecc….con alcune integrazioni.
    “L’arte mia” è il percorso della critica Alinovi, prima della sua prematura scomparsa nel 1983. Di questo testo salvo tutto, compresi certi capitoli che a prima vista potrebbero sembrare i più datati. Alinovi si muove tra musei e scenari urbani, blasonate gallerie e circuiti underground; a far da collante a tale sovrapposizione di piani è il metodo di lavoro adottato.
    Gaffitismo, fumetti, teatro, musica, installazioni, video, la mappatura dei fenomeni procede per successive inclusioni piuttosto che trincerarsi in pretestuose specializzazioni: “Oggi l’unica identità possibile è quella che si attinge di volta in volta abbandonandosi al libero flusso degli eventi” (Off-Identikit, 1980)

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      L’ IDENTITA’ DELL’ ARTISTA METROPOLITANO E IL GALLERISTA !

      Lei sarebbe il Sig. (IDENTITA’) ? Vedo che è un artista che lavora nel superinflazionato “graffitismo” metropolitano. Vedo che ha lavorato sui muri grigi della periferia-ghetto e che conosce addirittura il linguaggio scolastico dell’arte.

      Le competenze nel ramo artistico non ti mancano. Lei sembra l’artista giusto…, ecco le presento il curatore-divinatore della Galleria Remiazla. Salve sig. curatore-divinatore…, mi sembrava di capire che si parlasse di un contratto?

      Calma artischetto! le pare il momento di parlare di contratto…, siamo in piena crisi economica.., Se vuole lavorare con la mia galleria dovrà produrre 200 opere al mese, con contratto a peso e sarà fortunato se lo pagherò a grammi. Capisco sig. gallerista, mi dia un pò di tempo per pensare. Le dò un’ora, perché ho la fila di artischetti come lei che bussano alla porta e che mi lavorano per la metà !!!

      Mi scusi Sig. gallerista, ma io sono un artista con una sua identità di linguaggio e con una cifra stilistica originale…, che tiene d’occhio le avanguardie e le tradizioni. Non basta artischetto…,ora scappo l’assessore alla “culutura” mi aspetta. Lei deve capire che tenere in piede l’attivita di gallerista ha delle spese notevoli. Arrivederci.. e comunque aspetto una sua risposta !

      Pronto sig. gallerista, sono l’artista di ieri…, Senta, ho riflettuto alla sua offerta, per quanto mi riguarda, lei può anche andare a predersela nel deretano !!!

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ Daniele Scarpa Kos

    …e della Patrizia Valduga che mi dici?

  • Antonio

    Caro Daniele della Valduga non ti posso dire niente perchè la conosco come personaggio e non come poeta ma devo dirti che seguo poco la poesia contemporanea purtroppo e quindi non sarei credo buon giudice. Potrei seguire il consiglio e provare a leggerla!
    Vedo solo adesso che avevi fatto un’altro commento piu lungo con ulteriori riferimenti e che mi era sfuggito e ovviamente citavi la mostra recente del Victoria & Albert con i vari commenti che giustamente danno un’idea più articolata e meno riduttiva di anni 80 e postmodernismo.
    Aggiungerei uno degli ultimi lavori di Derrida, “Spettri di Marx” dove la Decostruzione è esplicitamente presentata nella sua origine tutt’altro che astratta ma politica.

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ Daniele Scarpa Kos

    Grazie Antonio – se hai dei titoli da consigliare (magari tra i meno noti) che tu ritieni validi…

    - Butto sul piatto due nomi – Luce Irigaray e Camille Paglia. Le questioni
    sviluppate dai gender studies e dal pensiero femminile della differenza hanno aperto orizzonti amplissimi, ma se ne parla poco.

  • http://tranqui2.blogspot.com/ Daniele Scarpa Kos

    Cosa scrive Faletra sul postmodernismo?
    Alcune Koons-iderazioni affrettate.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Fra i vari effetti il postmodernismo – della sua “arte” ha prodotto l’istituzionalizzazione del “sic transit gloria mundi” che si ripete nella cerimonia di ogni “nuovo” linguaggio dell’arte che si sviluppa senza eccezzione nel gioco ripetitivo dell’insensatezza, dell’ angoscia e del nichilismo culturale.

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ Daniele Scarpa Kos

    Davvero Celant ha dichiarato che quelli dell’Arte Povera si facevano “canne pazzesche”?
    Sì, erano poveri in canna

    Artribune: Pekkké Fignor Celant, tutte ‘fte moftre di Arte Pofera?
    Celant: Fono folo il trailer di quello che afferrà nel dumillattreddici

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ Daniele Scarpa Kos

    Se davvero a qualcuno interessa approfondire l’opera della Patrizia Valduga consiglio “Quartine. Seconda centuria”, edito da Einaudi, testo che ho amato molto
    L’uso del barocco e del citazionismo sono utilizzati dalla poetessa come strumenti per raggiungere (attraverso l’ironia ed il paradosso) ad un registro alto.

    http://www.hoepli.it/libro/quartine/9788806157722.asp

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ daniele scarpa kos

    Se davvero a qualcuno interessa approfondire l’opera della Patrizia Valduga consiglio “Quartine. Seconda centuria”, edito da Einaudi, testo che ho amato molto
    Il barocco e il citazionismo sono utilizzati dalla poetessa come strumenti per accedere (attraverso l’ironia ed il paradosso) ad un registro alto.

    http://www.hoepli.it/libro/quartine/9788806157722.asp

    Video di una sua lettura:

    http://www.youtube.com/watch?v=uJSuAN8ytBY

  • http://cri-tic-ah.blogspot.com/ Daniele Scarpa Kos

    Umberto Eco su postmodernismo e “Il Nome della Rosa”, il romanzo italiano + letto nel mondo (Marcello Faletra permettendo) – da:
    http://www.corriere.it/cultura/libri/12_gennaio_31/di-stefano-eco-nome-rosa_2f91ca48-4c25-11e1-8f5b-8c8dfe2e8330.shtml

    Un romanzo nato in piena temperie postmoderna e diventato simbolo di quella cultura: come va letto oggi che il postmoderno è al tramonto?

    «Prima obiezione: è proprio vero che non è più nell’aria? Solo dopo il romanzo, scrivendo le Postille , sono andato a leggermi John Barth, Donald Barthelme, i teorici del postmoderno, e mi sono reso conto che evidentemente era quello lo Zeitgeist . Ora mi pare difficile dire che sia stata superata quella fase: l’hanno superata forse tanti narratori commerciali, tornati al racconto dei sentimenti, ma Freedom di Franzen non è forse postmodern? Bisognerebbe pensarci su. Seconda obiezione: ammettiamo pure che gli elementi del postmoderno, il citazionismo, il lavoro meta- meta-eccetera, non corrispondano più ai tempi, però un’altra delle condizioni del postmoderno – e su questo ha scritto su di me, per esempio, Linda Hutcheon – è il doublecoding , una forma di scrittura che a un livello strizza l’occhio a un lettore colto, a un altro livello si rivolge a un lettore più ingenuo che non coglie la strizzata d’occhi».

    Facciamo un esempio.

    «Una scena che si può definire tipicamente postmoderna è la scopata di Adso in cucina. Si tratta di un collage di brani di mistici medievali che parlavano di visioni di Dio, ma messo lì in quel contesto sembra che alludessero al sesso, il che peraltro era vero. Infiniti lettori l’hanno presa come una bellissima descrizione di un amplesso e basta, compreso Jean-Jacques Annaud che ne ha fatto un orgasmo senza teologia. Insomma, c’è un gioco di doppia codifica. Anche un quadro di Max Ernst si può guardarlo come fosse un’opera surrealista alla Dalì, senza rendersi conto, con un brivido in più, che si tratta di un collage di pezzi preesistenti».

  • velvetdream

    Il post-moderno,il decostruzionismo etc etc…….e’ divenuto un linguaggio adatto ai nostri tempi ,cosi’ noiosi .Se Deridda dice di non essere post-moderno non li credete,conta piu’ l’opinione di un ascoltatore che un pensiero di un filosofo!un tempo un curatore che non mi piace molto suggeriva la dittatura del pubblico,l’opinione del pubblico come limite allo sviluppo dei linguaggi artistici.Secondo voi e’ una critica al potere delle masse in pratica alla democrazia come principio di un possibile dispotismo o e’ una critica all’informazione omologante dei media,quindi all’uso di un gusto ritmico ,veloce e standardizzato,digeribile?Se qualcuno ha scoperto solo ora il post-moderno e crede di avere compreso la contemporaneita’ ,si dovrebbe svegliare e metttersi a cercare altro perche’ il post-moderno e’ definitivamente sepolto,proprio per l a sua incapacita’ ad arrivare a delle forme o a dei pensieri non dico utili ma minimamente apprezzabili,il post moderno non fa scuola distrugge il pensiero e non lascia che un vuoto colmabile solo con vecchie panzane o concettualita’ impraticabili..Pynchon e’ un grandissimo scrittore del nulla,e’ un maestro indiscusso del post -moderno lo adoro.Quel postmoderno nasce da un crollo emotivo,provate voi a vivere in piena guerra fredda,una guerra ideologica come minimo sognate la fine delle ideologie e il trionfo delle opinioni ,ma dopo anni di prospettivismo sentiamo emotivamente il bisogno non di elucubrazioni mentali o di scuse,o di opinioni contrastanti ma di un qualcosa di universale che ci accomuni e che faccia societa’,gruppo,e memoria collettiva.Bisgna smettere di essere hegeliani,di essere positivisti nel senso che cio’ che funziona e’ giusto.Cio’ ch efunziona distrugge cio’ che gli sta attorno e quindi bisogna trovare una formula piu’ democratica nel senso kantiano,la liberta’ di cio’ che funziona deve essere parificata alla liberta’ di cio’ che non funziona o che funziona in altra maniera.in fondo pynchon ti faceva percorrere moli personaggi e molti universi psichici,non dettava un modo di fare o una legge totalitaria,mentre la carenza culturale direi di sensibilita all’erudizione fa disastri ,w il postmoderno oramai storicizzato e w quello che verra’ che e’ frutto del nostro passato e continua nel nostro presente.applicare i diritti umani all’arte,poi se uno usa male la propria liberta’ e tende a schiacciare gli altri ,e’ solo simbolo della sua pochezza umana.
    w andre’ Breton