sandretto

Il Padiglione c’è ma non si vede. A meno che non siate online. La realtà aumentata approda in Biennale…


The art, my friend, is flowing in the wind”. Così recita il sottotitolo dell’Invisible Pavilion, facendo il verso all’immarcescibile Bob Dylan. E difatti le opere d’arte di questo singolare padiglione sono inafferrabili come il vento. Immateriali e invisibili, viaggiano attraverso la rete e i suoi terminali, manifestandosi solo sugli schermi e sovrapponendo al mondo un nuovo “strato” di realtà.
Il progetto, ideato da Simona Lodi – direttrice del Festival Share di Torino, da anni impegnato nella ricerca e l’esposizione dell’arte elettronica – e realizzato dal collettivo artistico Le Liens Invisibles, porta in Biennale la cosiddetta “realtà aumentata”, una tecnologia che permette la sovrapposizione di immagini, scritte ed elementi informativi di vario tipo sul livello “naturale” di percezione visiva della realtà. Come funziona? Basta scaricare l’apposita applicazione sul proprio cellulare (Layar) e usare il QR Code dell’Invisible Pavilion. E infine godersi la visita ai Giardini, che appariranno così popolati di nuove, immateriali, opere d’arte.
Partecipano alla mostra virtuale veneziana: Artie Vierkant, Costant Dullaart, CONT3XT.NET, IOCOSE, Jon Rafman, Les Liens Invisibles, Molleindustria, Parker Ito e REFF – RomaEuropa FakeFactory.

- Valentina Tanni

www.theinvisiblepavilion.com


Commenti
8 Risposte a “Il Padiglione c’è ma non si vede. A meno che non siate online. La realtà aumentata approda in Biennale…”
  1. SerenoVariabile scrive:

    Bell’articolo ! Ma se pubblicavate QR era meglio!

  2. Redazione scrive:

    Segui il link al sito del Padiglione! :-)

  3. james dao scrive:

    non male lo strumento e il mezzo, peccato che poi i contenuti (il vero dramma contemporaneo) lascino molto a desiderare e sembrino solo un pretesto per sventolare il mezzo…..

    • NeAL scrive:

      Marshall McLuhan diceva “il medium è il messaggio”. In certi casi il contenuto non è troppo importante, il valore di un’opera(azione) sta nel come viene utilizzato un mezzo.
      In opera(azioni) partecipative, come nel caso dell’opera web “A onE project” (http://www.aoneproject.com) che sfrutta la piattaforma Google Earth, la qualità dei singoli interventi è un valore aggiunto che non intacca l’efficacia del progetto.

      • Lorenzo Marras scrive:

        La sintesi della teoria di McLuhan nel suo enunciato “il medium è il messaggio” è uno degli “spot” (come si possono definire certe frasi ad effetto adatte giusto ai baci perugina) più strampalati che siano mai stati prodotti. Se – come dice McLuhan – il mezzo risulta più determinante – sulla produzione d’immaginario collettivo – del contenuto, allora si potrà semplicemente dire “il medium è più determinante del contenuto”. Che diamine significa l’identificazione “il medium è il messaggio”? Il mezzo non è affatto il messaggio, tanto che – appunto – il mezzo produce un effetto (sostanziale) il significato – sempre secondo la tesi du McLuhan – ne produce uno decisamente inferiore.
        Sarebbe ora di ridimensionare questo McLuhan.

  4. Il mio lavoro Freedom is like… al Padiglione Tibet (Venezia Canareggio 4132 – Palazzo Ca’ Zanardi) e’ basato sullo stesso concetto : su una kata (la sciarpa bianca tipico dono tibetano di benvenuto) quattro “mandala” colorati, ma in realta’ i mandala sono altrettanti QR che portano il visitatore a scoprire quattro video, messaggi di speranza e solidarietá per i nostri fratelli che anelano alla libertá ed al diritto di poter esporre la bandiera della loro Patria ed a cantarne l’inno nazionale.\
    Lo si puo’ anchje vedere qui:
    http://www.facebook.com/media/set/?set=a.228309490513190.71443.100000024219811

    In realta’ e’ gia da un paio d’anni che lavoro con i QR in funzione di “esposizione” di opere che sono visibili solo nella realta’ virtuale e penso che presto saremo in molti a farlo.

  5. SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente) scrive:

    La realtà virtuale è un’ottimo mezzo d’informazione di massa: Il pericolo è che rimane solo una realtà virtuale chiusa in se stessa. Per renderla realtà concreta, sarebbe opportuno mettere a fuoco volta per volta i vari problemi, attraverso un’alternativa positiva, e addirittura introdurla nel corpo sociale: la vita concreta di tutte le persone – in nome di un radicale cambiamento della comatosa società postcapitalistica, in forme d’organizzazione più semplici, più autentiche, più giuste e umane. Ciò, come possibile alterativa all’ossequio delle gerarchie economiche, finanziarie, culturali che imperversano e castigano la vita quotidiana di ciascuno di noi.

  6. Caro Savino, forse sarebbe piu’ corretto modificare la tua fradse iniziale cosi’ : “Il pericolo e’ che rimanga solo una realta’ virtuale chiusa in se’ stessa.” Perche’ non e’ affatto un “dato” che essa rimanga chiusa in se’ stessa, tutt’altro. Tra l’altro, nel mio post, ho usato “realta’ virtuale”, un po’ impropriamente, quale sinonimo di “internet” o di “rete”.
    Non voglio certo citarmi ad esempio (sarebbe davvero ridicolo) ma, nella sua assoluta modestia, il concetto del mio lavoro, che citavo nel post precedente, e’ questo : il Tibet e’ una “patria negata” in cui non si puo’ ne’ esporre la bandiera nazionale ne’ cantarne l’inno. Il khata (la serica sciarpa bianca che viene tradizionalmente donata all’ospite in segno di benvenuto, pace e buon augurio), supporto utilizzato per il lavoro, e’ decorata da quattro “mandala” stilizzati che, in realta’ sono quattro QR, scannerizzando i quali si viene portati ad assistere a quattro video, messaggi di speranza per i fratelli Tibetani, uno dei quali e’ appunto incentrato sulla bandiera e sull’inno nazionale Tibetano.
    Quello che non e’ consentito direttamente (esporre la bandiera e cantare l’inno) riesce difficle vietarlo o impedirlo quando dalla realta’ concreta e contingente lo si trasferisca alla realta’ virtuale.
    Ma, a parte il mio lavoro, quello che io penso sia importante sottolineare del mondo virtuale, e non solo per quanto attiene il “mondo dell’arte” ovviamente, e’ la sua caratteristica di essere libero, senza frontiere, quasi senza costi, alla portata attiva e passiva se non proprio “di tutti” certo di “moltissimi” che, girono dopo giorno tendono a diventare “tutti”. Gli si possono porre limitazioni ed ostacoli ma, puntualmente, a pochi giorni di distanza gia’ sono disponibili gli strumenti per aggirarli. E’ evidente che esso e’ uno “strumento” e come tutti gli strumenti di questo mondo e’ suscettibile di uso lodevole e di uso deprecabile ma, anche questo, alla lunga, e’ tutt’altro che un difetto perche’, in una societa’ nella quale la tendenza all’ omologazione intelettuale e’ grande e quotidianamente alimentata e favorita, il rendersi conto che occorre scegliere, che non tutto quel che ti vien graziosamente servito e’ buono e salutare, porta a riattivare il giudizio e senso critico personale che oggi corre il grave rischio di essere narcotizzato.

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