Bad boy, Young boy

Aaron Young dirige orchestre di biker, in un’estasi di fumo e gomma bruciata. Allo Studio Visconti di Milano, fino al 22 luglio.

Al 23 di corso Monforte, prima che prendesse casa lo Studio Visconti, c’era l’atelier del compianto Lucio Fontana. Attualmente è allestita la personale di Aaron Young, artista che ha esposto con le più importanti gallerie al mondo, californiano, nato nel ’71. È conosciuto per quel che resta delle sue performance, dove dirige orchestre di biker che sgommano in cerchio sopra lastre di alluminio verniciate, in un’estasi di fumo e gomma bruciata.
Ma quello che abbiamo davanti agli occhi, fra le pareti dello Studio Visconti, vive a prescindere. Sono scarabocchi fluorescenti o smerigliati su fondo nero petrolio. Decorazioni ossessive, che seducono con brevi archi di materia grezza su patina liscia. Residui di un passaggio, il precipitato di una reazione di chimica sociale, che eleva ad arte la sua parte non solubile: sono biker e stunt, sono skater e cancelli piegati rivestiti d’oro, sono l’underworld più che l’underground. “Sono un ragazzo fortunato… Il mondo dell’arte newyorchese è sempre in cerca di artisti sconosciuti, giovani e belli. Io gli ho dato semplicemente quello che voleva”, ha detto durante un’intervista Aaron Young, che non va in moto ma le dirige, che i critici accostano a Pollock e Rauschenberg, ma infatti sono critici, che parla di ribelli, ma quali ribelli? Fermiamo il tempo un attimo e ritorniamo indietro di 40 anni, ad altre moto, ad altri ribelli.

Quando nel 1967 gira Easy Rider, Dennis Hopper ha in mente un film italiano, uscito negli States con un nome equivoco: Easy life. Il film in Italia doveva prima chiamarsi Il giretto, poi è diventato Il sorpasso. Proiettato all’aperto, tra file di fumo, nei cinema d’estate, qualche anno prima. Era il ‘62. Commedia all’italiana per alcuni, l’inizio della sua fine per altri. Un parto comico, quello dell’uomo nuovo: che oltrepassa e trapassa. Ma solo gli stronzi muoiono, insegna un morto che non è morto.
Easy Rider è la variante disinibita di Easy Life, dove la vita easy si fa uomo, ma resta easy e sale in sella. Così, se in Italia la libertà si era affermata con una pernacchia – al borghese timido, al tracciato regolare, al rigurgito del buonsenso – e aveva trovato il suo naturale compimento in un sorpasso fatale, in America no. La libertà diventa un fatto di esplosione centrifuga, un moto “verso”: verso e basta, senza un fine, senza una fine. Il far west sublimato in marijuana, per la prima volta attrice protagonista, insieme ad attori e moto. Non attori qualsiasi e moto non qualsiasi.

Aaron Young Greeting Card Dittico Armory 2007 gomma bruciata acrilico su legno compensato 2438x2438 cm Bad boy, Young boy

Aaron Young - Greeting Card (Dittico, Armory) - 2007 - particolare

Il Chopper di Peter Fonda, “Captain America”, come il supereroe libertario e antimperialista che negli anni ‘40 spopolava fra i fumetti in America, non è una moto: è un auriga psichedelico, l’evoluzione delle ali di un Icaro postmoderno, un mezzo, uno strumento di libertà. “Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto”, dice Billy nel film.
Passati più di quaranta anni, parliamo ancora di moto, ma sono moto diverse. Non superano i confini, li marcano. Le moto di Young segnano la fine di una mitologia della fuga e si avvitano su loro stesse nella spettacolarità mediatica e patinata di una buona cromatura che gira in cerchio per ore. Come l’asino che gira intorno al palo.

Mathia Pagani

Milano // fino al 22 luglio 2011
Aaron Young
www.studiovisconti.net

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